domenica 29 luglio 2012

[Appunti di scrittura] Comedone

Disturbato dall'afa e da una zanzara ronzante intorno alla testa, Milo faticava ad addormentarsi. Ripensava a quel lavoro dietro al banco di un negozio qualsiasi. Quel lavoro, quell'afa. Soffocato di giorno, soffocato di notte.

Si voltò. Nella penombra vide quella piazza di letto vuota al suo fianco. Il lenzuolo stropicciato profumava ancora di lei. Non cambiava le lenzuola da quando era uscita dalla porta, con la sua valigia, come in tutte le cazzo di commedie sentimentali del cazzo.

Gocciolando dalle tempie, il sonno alla fine arrivò.

Milo sognò.

Sognò di essere nel bagno di casa e di avere un enorme punto nero, gigantesco, al centro del petto. La superficie nera, che si affacciava dalla pelle, era larga più o meno come una palla da tennis, forse di più. Succedeva come sempre nei sogni, quando le cose cambiano continuamente di dimensioni.

Milo provava ribrezzo ma anche una sorta di eccitazione. Cominciò a schiacciarsi la pelle del petto per espellere quella orrenda cosa nera.

Spinse, schiacciò, sbuffò, e alla fine quella cosa... gnnn... plop! sbucò dal petto, in cui rimase un cratere enorme, attraverso cui si poteva vedere il costato fasciato di muscoli. La pelle si richiuse sul buco come acqua che sommerge una grotta sottomarina.

Milo aveva in mano il gigantesco punto nero. Si era sbagliato (o il sogno l'aveva modificato): non era grande come una palla da tennis ma addirittura come una mela. La punta nera, il resto era giallo opaco, quasi come un oggetto di ambra, forse più chiaro. All'interno, in trasparenza, si potevano vedere delle venature.

Pulsava. Quell'oggetto, quel coso, il punto nero pulsava.

Milo si guardò intorno e scoprì di non essere più in bagno ma in cucina. Sul pianale di fronte a lui c'era un coltello da cucina, che gli suggeriva cosa fare.

Faceva schifo, sì, ma Milo non poté evitarlo: prese il coltello e tagliò a metà quel coso giallo e nero, pulsante.

Anche dentro era giallo, ma somigliava vagamente a una melagrana, solo più molliccia. Una buccia spessa e gommosa, e un interno blobboso e pulsante, come vivo.

Milo sentì il desiderio di mordere quella cosa, di mangiarsela. Che schifo, ma era come un bisogno inappellabile.

Ne prese in mano metà e la morsicò. Un fiotto di sangue sprizzò e gli colò sulle labbra e lungo il collo.

E mentre masticava e un orrendo sapore amaro gli invadeva le papille gustative, capì. Quel coso non era un punto nero. Era il suo cuore. Ingiallito e annerito, avvizzito, marcio. Qualcosa di cui voleva liberarsi.

Qualcosa che voleva mangiare, distruggere, calpestare, prendere a martellate.

E come per una martellata Milo si svegliò. Aveva un gusto amaro in bocca, c'era qualcosa sulla lingua. Probabilmente nell'agitazione del sonno aveva mangiato la zanzara, di cui non si udiva più il ronzio.

Accese la luce, si toccò la lingua con un dito per capire cos'è che aveva in bocca.

Era sangue.


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