Visualizzazione post con etichetta cinema. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta cinema. Mostra tutti i post

venerdì 24 gennaio 2025

Death of a Salesman

 Perché nessuno mi ha mai detto che c'è una versione cinematografica di "Morte di un commesso viaggiatore" interpretata da Dustin Hoffman e John Malkovic?

L'ho appena visto e sono ancora devastato.





venerdì 8 gennaio 2016

Topolino n. 3138


Su Topolino n. 3138, in edicola da mercoledì 13 gennaio 2016, trovate la storia "Paperino e i 6 gradi di separazione", scritta da me e disegnata dall'ottimo Antonello Dalena.

La storia racconta di come Paperino sia diventato fan talmente sfegatato del regista West Anatranson (parodia di Wes Anderson) da essere pronto a tutto pur di conoscere il proprio idolo e proporsi come interprete del suo prossimo film. Grazie ai nipotini, Paperino scopre la teoria dei "6 gradi di separazione", secondo cui solo cinque persone legate tra loro ci separano da qualsiasi persona nel mondo, e come sia quindi possibile con soli sei passaggi arrivare a conoscere chiunque si desideri. Paperino sfrutterà quindi questa teoria per cercare di parlare con Anatranson e coronare il suo sogno attoriale!

Nell'albo sono presenti anche storie di Sio, Enrico Faccini, Matteo Venerus, Paolo Mottura, Giorgio Figus, Alessia Martusciello, Valentina Camerini, Ettore Gula, Fabio Michelini e Luciano Gatto.

Qui trovate tutte le informazioni sull'albo: http://ow.ly/WKfGO


Ispirato dalla storia, nei giorni in cui la stavo scrivendo sono andato a visitare la Fondazione Prada, qui a Milano, all'interno della quale si trova un bar ideato proprio da Wes Anderson, come testimonia la foto qui sotto.
Buona lettura!


martedì 22 settembre 2015

Inside Out


Sono andato anch'io a vedere "Inside Out" e anche a me è piaciuto molto.

Ogni particolare di questo film è significativo, una metafora dei complessi processi che strutturano la personalità. Chi ha scritto questo film deve avere delle competenze piuttosto approfondite in materia psicologica.

Forse non è il miglior film della Pixar in assoluto, ma è in un certo senso il loro film "definitivo", una sorta di manifesto animato.

OCCHIO: SPOILER! NON LEGGERE DA QUI IN AVANTI SE NON HAI GIA' VISTO IL FILM!

La morale della storia è potentissima soprattutto nell'ambito dell'intrattenimento per ragazzi. Prima del successone della Pixar, praticamente tutto l'intrattenimento per l'infanzia era strangolato dal politically correct. Tutte le emozioni negative erano bandite. Poteva esistere solo la gioia, niente tristezza o rabbia nei personaggi, nemmeno nei cattivi, niente scene disgustose o di paura. Un atteggiamento che tuttora qualche volta si ripresenta nell'industria, quando ci si lascia influenzare dalle fobie di poche mamme da combattimento che vorrebbero mettere i propri figli sotto una campana di vetro, la classica minoranza rumorosa.

Inside Out invece ci racconta l'esatto contrario. Che non solo la tristezza non va rifuggita, ma che può essere addirittura utile, terapeutica. Che la tristezza è una componente della nostra personalità tanto quanto la gioia, anzi, è l'altra faccia della medaglia. Che provare emozioni complesse (come le sfere che alla fine sono multicolori) fa parte del processo di crescita. E soprattutto Inside Out ci dice che le emozioni, tristezza o rabbia o qualsiasi altra che sia, vanno comunicate se vogliamo che risultino utili. La soluzione al problema di Riley non sta nella tristezza in sé, ma nell'aver accettato di provare tristezza e di comunicarlo ai genitori.

E quindi viva la Disney Pixar che ci spiega in maniera così cristallina la filosofia che li ha guidati fin dall'inizio. Ricordate i primi film Pixar? Gli unici ad avere il coraggio di mettere anche in personaggi positivi delle emozioni negative. La paura dell'abbandono, la gelosia, i dispetti, il senso di colpa. Con Inside Out la Pixar per l'ennesima volta ci dice - e lo dice chiaro e tondo - che se vogliamo crescere come individui dobbiamo accettare che i protagonisti in cui ci immedesimiamo sbaglino, conoscano le emozioni negative, che le trasformino in qualcosa di positivo per risolvere i problemi della vita. Solo saltando il fuoco ha luogo l'iniziazione all'età adulta, non girandoci intorno. Solo attraversando le emozioni negative e superandole si struttura la personalità di un ragazzino, non evitandole.

Credo che tutti noi del settore abbiamo tuttora parecchio da imparare da questi signori della Pixar.

PS: Non ho pianto ma ho avuto parecchio magone nell'ultima scena dell'elefante e nella scena finale davanti alla porta.

PPS: Però ho sghignazzato per cinque minuti per la scena del gatto nei titoli di coda. Se non hai riso è perché non hai un gatto.

martedì 27 gennaio 2015

Il domani non deve appartenere a loro

Visto che oggi è la giornata della memoria, invece di consigliare i soliti "Schindler's List" o "La vita è bella" (molto belli, per carità), consiglio a chi non l'abbia fatto una visione di un film che viene spesso erroneamente considerato "leggero" per la grande quantità di canzoni, amore e compagnia bella.
Si tratta di "Cabaret", con una stupenda e bravissima Liza Minnelli.


Il film racconta bene l'ascesa del nazismo non come una specie di aliena psicosi di massa o un regime del terrore imposto dall'alto, ma come qualcosa di assai più insidioso: un'ideologia divulgata tramite un'abile manipolazione dei media dell'epoca, tramite canzoni, tramite l'entusiasmo dei giovani.

Questa scena spiega molto. Un ragazzino esaltato comincia a cantare. I giovani sono belli, e pieni di energia. Pian piano i primi si lasciano affascinare e lo seguono. E più sono a seguire il canto, più se ne aggiungono, magari non per vera convinzione ma per non sentirsi in difetto. Solo uno, un vecchio socialista, non si alza in piedi a cantare. Tanto lui nessuno lo ascolta. Gli altri lo sanno che il domani non appartiene a lui, ma agli altri, ai giovani e belli, i biondi con la pelle chiara, ed è meglio seguire loro.

Non era psicosi di massa, non erano gli alieni, non era (solo) tirannia imposta dall'alto. Era propaganda emotiva che faceva leva sull'insoddisfazione e sulla povertà della gente contro i governanti del momento, contro la finanza e la comunità internazionale e che ipotizzava un complotto massonico globale (ricorda qualcosa?). Se da una parte veniva coltivata e provocata la rabbia e insoddisfazione della gente, dall'altra veniva proposto un modello vincente: i nazisti erano i giovani, i belli, i puri, i forti, gli onesti. Erano pieni di energia e volevano spiccare il volo: loro avrebbero vinto. Basta miseria, basta tasse, basta politici corrotti e incapaci. Il futuro era loro.

E per raggiungere questa catarsi della perfezione, qualcosa bisogna sacrificare. Un punto nero da scoppiare per mostrare la sporcizia espulsa dal corpo della nazione. E a chi interessa se questo punto nero significa milioni di persone? LORO non hanno accesso ai media e non possono ribattere. La purezza andrà di moda.

I giornali che divulgano notizie sui "crimini" degli ebrei, esattamente come oggi ci sono pagine Facebook su "tutti i crimini degli immigrati". Dimenticandoci casualmente che i crimini degli immigrati o degli zingari, dati alla mano, sono una piccola percentuale in confronto a quelli degli italiani.

Consiglio vivamente di guardare "Cabaret" per innamorarvi innanzitutto di quella tremenda peste di Liza Minnelli (e, a chi piace, di Michael York), innamorarvi delle canzoni, innamorarvi della storia, e dare una sbirciatina alla Storia.

mercoledì 21 gennaio 2015

Zio Paperone e Clerks

Scrivendo la saga "Zio Paperone e la sfida da 50$" - di cui trovate la seconda puntata sul Topolino attualmente in edicola - avevo in mente, tra le altre cose, "Clerks". Non si tratta di un vero e proprio riferimento, quanto piuttosto di un'atmosfera.

Diciamo che l'idea di ambientare una saga (la sola parola "saga" richiama contorni epici) nel microcosmo di una piccola impresa di periferia mi sembrava una sfida, non solo per Zio Paperone ma anche per me stesso.


mercoledì 5 febbraio 2014

La Zona

A volte ho l'impressione che cominciare ogni giorno l'attività dello scrivere sia un po' come entrare nella Zona del film "Stalker" di Tarkovskij.

E' una delle cose più difficili per me: riuscire a concentrarsi, entrare nell'universo narrativo che riguarda la storia, arrivare fino in fondo (la fatidica stanza che esaudisce i desideri) senza mai uscirne.

Spesso ci si aggira in questa zona alla ricerca della strada giusta, e ci si ritrova al punto di partenza. Hai girato a vuoto e te ne accorgi solo dopo ore. A volte si ha l'impressione che le cose cambino intorno a te senza che tu ne abbia il controllo.

E' un viaggio difficile, a volte estenuante.

Spesso si ha paura di arrivare fino in fondo. Quando si giunge sulla porta del finale, di quella stanza magica, si vorrebbe girare i tacchi. Oppure entrarci con una bomba. Ma alla fine, il più delle volte, ci facciamo coraggio ed entriamo.

E l'indomani riprendiamo il viaggio.


martedì 1 ottobre 2013

Hasta luego, Giuliano!


Ha impersonato Tex Willer sul grande schermo, e anche solo per questo merita un po' dell'immortalità del nostro amato ranger.

Addio a Giuliano Gemma!


mercoledì 3 aprile 2013

lunedì 4 febbraio 2013

venerdì 11 gennaio 2013

The Master


"The Master", il nuovo film di Paul Thomas Anderson.

La prima cosa che mi è venuta da pensare è: finalmente un film con una scrittura raffinata, che impegna intellettualmente, con vicende non scontate e per niente stereotipate.

E infatti i presenti in sala si sono annoiati. Ad un certo punto addirittura una dietro di me ha detto "Ma quando finisce 'sto film?". Come al solito alla gente se non dai un paio di torte in faccia e qualche pernacchia di Cristian De Sica, non ci capiscono niente.

Per carità, il film ha i suoi difetti. Quello che più disturba è l'infinita sensazione di attesa, che il film vero debba ancora cominciare, che ad un certo punto arriverà una rivelazione a cui ti stanno preparando, che i tanti "non detto" del film ad un certo punto saranno spiegati. Poi quando ti rendi conto che sei a metà film, cominci a chiederti quanto ancora durerà la vicenda, se davvero succederà qualcosa. Insomma, la storia difficilmente "acchiappa", ma fa anche tanto pensare ed è un perfetto spaccato della società occidentale del dopoguerra. In realtà succede molto nel film, è solo che te ne accorgi solo una volta che è finito.

E poi la regia è fantastica, la fotografia perfetta, scenografia, costumi, casting... E Philip Seymour Hoffman è da Oscar.

Ho letto alcune critiche sul fatto che il film sia noioso e poco riuscito, ma poi ho capito che ben pochi hanno colto la quantità di contenuti, metafore, significati presenti in quest'opera.

Un film che fa riflettere molto sulle dinamiche di lavaggio del cervello da parte delle varie sette, e sul bisogno delle persone di dipendere da qualcosa o qualcuno, che ne regoli fortemente la vita.

Ma non è solo questo il fulcro del film. Freddie e Dodd sono due facce della stessa medaglia.

ATTENZIONE: SPOILER! NON PROSEGUIRE NELLA LETTURA SE NON SI E' VISTO IL FILM.

Come dicevo, due facce della medaglia: Freddie è il corpo e Dodd la mente, ma soprattutto Freddie è l'ANIMALE, e Dodd il padrone.

Ogni dinamica tra il Maestro e Freddie è la stessa che intercorre tra il padrone e il suo cane.

Perché Dodd sceglie come suo protetto un personaggio così "coriaceo" come Freddie? Perché è la sua sfida più grande: se riuscirà a dominare Freddie, riuscirà a dominare chiunque altro. Uno come lui, che controlla le menti degli altri facendo apparentemente leva sulla ragione, se riesce a penetrare fino nella "corteccia" elementare di Freddie, può arrivare a controllare chiunque.

Apparentemente fallisce. Ma in realtà no. Quando Freddie se ne va dalla setta, viene inevitabilmente deluso dal mondo (la ragazzina si è sposata), e tramite il sogno sente il richiamo di Dodd. Il "guinzaglio" è talmente lungo che dagli Stati Uniti raggiunge il suo "padrone" fino in Inghilterra. Dodd ormai non è più interessato al suo "esperimento", sembra che alla fine Freddie abbia raggiunto una sua autonomia, ma quando nel finale cerca di tornare ai suoi istinti animaleschi - che per tutto il film hanno cercato di uscire prepotentemente - si ritrova a replicare con la ragazza appena conosciuta il "gioco" del primo esperimento con Dodd. L'inception è avvenuta. Freddie non sarà mai più lo stesso. Non è "guarito" dai suoi problemi, ma non è più nemmeno l'ingenuo bambinone che era all'inizio del film. Anche se da lontano, il controllo mentale del suo "padrone" lo accompagnerà per sempre.

Un film, come dicevo all'inizio, che esplora le raffinate tecniche di persuasione e di lavaggio del cervello praticate dalle sette religiose, spirituali o altro.

E riflette anche sulla DIPENDENZA. All'inizio Freddie è alcolizzato e tossicodipendente. E' un animale allo sbando, e ha bisogno della tranquillità che gli dà l'alcol. Poi riesce a smettere proprio incanalando la sua insoddisfazione nei rituali ed esercizi spirituali della setta. Esercizi che gli dicono servire a concentrarsi meglio, ma che in realtà servono da lavaggio del cervello, a soggiogare la mente, e a provocare forti emozioni.

In questo senso, sono sempre le EMOZIONI a creare la dipendenza. Dopotutto chi si droga lo fa per le forti emozioni che ne dà l'uso. Sotto la scusa di esercizi di introspezione, per "tirare fuori ciò che siamo dentro davvero" (e sarà anche così, per carità), c'è lo scopo di far scaturire dall'inconscio delle forti emozioni, da cui poi si diventa dipendenti. In fondo è anche per questo che Marx definiva la religione l'oppio dei popoli.

Una droga talmente potente che Freddie arriva perfino ad avere delle allucinazioni, in uno degli esercizi, quando toccando la finestra sente di poter toccare la casa di fronte e arrivare sempre più in là fino a toccare le stelle.

In definitiva, un film con delle pecche, ma comunque un gran bel film che finalmente dà il piacere di usare il cervello e interrogarsi in maniera non scontata sulle dinamiche del dominio sulle folle, e, in definitiva, sul potere.

E - ripeto - Philip S. Hoffman è PERFETTO.

mercoledì 28 novembre 2012

[citazioni] 8 1/2



Ma che cos'è questo lampo di felicità che mi fa tremare e mi ridà forza, vita? Vi domando scusa dolcissime creature non avevo capito, non sapevo, com'è giusto accettarvi, amarvi, e com'è semplice. Luisa, mi sento come liberato, tutto mi sembra buono, tutto ha un senso, tutto è vero. Ah, come vorrei sapermi spiegare... ma non so dire. Ecco, tutto ritorna come prima, tutto è di nuovo confuso, ma questa confusione sono io, io come sono, non come vorrei essere, e non mi fa più paura. Dire la verità, quello che non so, che cerco, che non ho ancora trovato. Solo così mi sento vivo e posso guardare i tuoi occhi fedeli senza vergogna. È una festa la vita.


[da "8 1/2" di Federico Fellini, sceneggiatura di Fellini/Flaiano/Pinelli/Rondi]

mercoledì 3 ottobre 2012

A proposito di Brave


A proposito dell'ultimo post, evidentemente non sono l'unico a pensarla in questo modo.

Leggete ad esempio QUESTO ARTICOLO.

lunedì 1 ottobre 2012

Brave


ATTENZIONE: SPOILER! NON LEGGERE SE NON HAI VISTO IL FILM!

E alla fine anch'io ho visto Brave.

A primo acchito, mi verrebbe da dire: un bel film fatto bene con tutte le cose a posto, gag divertenti alla Pixar, tecnicamente ed esteticamente favoloso. Protagonista ben costruito e interessante. Dinamiche tra i personaggi interessanti.

Però trama un po' banalotta. Ci sono alcuni passaggi che sono veramente prevedibili.

Il personaggio che si trasforma in un animale per un incantesimo sballato (il che comunque porge il fianco ad alcune gag molto riuscite), tutta la fatica per porvi rimedio, la madre che nel momento del bisogno tira fuori un coraggio inaspettato, la soluzione che sembra inefficace e invece ha solo tardato ad arrivare giusto per darci l'ultimo brivido... Tutta roba stravista. Non sbagliata eh, che il film fila che è una meraviglia, ma veramente prevedibile.

Quello della famiglia, dello strappo tra due familiari che però nel momento del bisogno ci sono lo stesso l'uno per l'altro, tema forte disneyano. Mi piace, giustissimo, difficile che manchi in un qualsiasi film Disney. E quindi va bene.

Il tentativo di cambiare un'altra persona e renderla perfetta per i propri canoni per poi accorgersi che la si preferiva com'era prima, coi suoi difetti, altro tema stravisto nei film Disney. Altro macro-tema che comunque a seconda di come lo coniughi funziona sempre.

L'accettazione di un'idea di violenza e di morte (la gamba persa dal padre di Merida, il suo dichiarare di volersi vendicare uccidendo l'orso e appendendo la sua testa tra i trofei). Interessante, un paletto che si sposta un pochino in là (anzi, in qua, dal mio punto di vista di sceneggiatore disneyano).

E poi il tema principale e dichiarato del film: il Destino. Questo è un tema che mi interessa. Già visto tante volte, ma qui interpretato in maniera intelligente. Tanto che alla fine è proprio il Destino a risolvere la situazione: è un lastrone di quella specie di Stonehenge, che in tutta la storia rappresenta il Destino (tutto ciò che riguarda il destino della protagonista passa da quel luogo), a uccidere il cattivo.

All'inizio sembra che il tema sia cambiare il proprio destino, quando invece si tratta di individuarlo, accettarlo, e fare di tutto per seguirlo. In fondo qui tutti gli sforzi della protagonista non sono intesi a cambiare il proprio destino, che in fondo, come vediamo anche dal prologo della storia, è proprio quello che insegue per tutto il film. Quello per cui combatte lei è cambiare l'idea che gli altri hanno del Destino che lei dovrebbe avere. Far loro accettare che lei non vuol fare la principessa, o meglio, principessa è e principessa rimane, ma lei vuole fare il guerriero, e non vuole sposarsi.

Ecco.

E' qui che mi si illumina una lampadina.

Non c'è nessun finale romantico. In una storia classica ci sarebbe stato un ragazzino, magari uno sfigatino per nulla guerriero, magari l'unico con cui Merida si trovava bene fin da bambina. E alla fine sarebbe stato lui il prescelto. E invece no. Non c'è nessuno di nessuno. Lei non si sposa e basta.

E poi c'è il discorso importante che lei fa e che è proprio la madre, quando si trova nei panni dell'orso, a suggerirle: ognuno dovrebbe seguire il proprio cuore ed essere libero di decidere chi amare.

I vari genitori lo chiedono ai propri figli, e anche loro convengono che sì, tutti loro vogliono essere liberi di decidere chi amare, e sembra che non siano particolarmente interessati alla principessa. E intorno non ci sono altre ragazze con cui - se fosse stato un film troppo "classico" - si sarebbero fidanzati.

E i genitori accettano ognuno le scelte dei propri figli. La madre di Merida accetta la scelta della figlia di non sposarsi e comportarsi da guerriero.

Ecco.

Ora capisco perché la storia è un po' banalotta.

Perché una trama troppo originale non sarebbe stata funzionale al vero, delicatissimo, tema, di cui quelli della Pixar hanno voluto parlare alla società, ai bambini, agli adolescenti, e soprattutto ai loro genitori: l'omosessualità.

Probabilmente è la scoperta dell'acqua calda, magari lo dicono tutti da mesi ma io non ho praticamente letto recensioni per non farmi influenzare.

L'omosessualità. Non è più un tabù da cinquant'anni al cinema e perfino in certi cartoni animati, ma lo è ancora nel mondo Disney, in quello che viene considerato il mondo fantastico per piccoli, grandi, famiglie, tutti-tutti.

Un tema che se i pixariani avessero estrinsecato in maniera palese avrebbe letteralmente fatto scappare le mamme dai cinema proteggendo i propri bambini col proprio corpo per paura che qualche particella di omosessualità li colpisse. Quelli della Pixar non vogliono certo perdere i milioni di spettatori che fanno la loro fortuna. Ma hanno voluto ugualmente parlarne, in maniera delicata e intelligente, facendo piangere le mamme e insinuando - chissà - a mo' di inception un atomo di accettazione in più il giorno che un loro figlio decidesse di fare coming out.

E per l'ennesima volta Lasseter & compagni dimostrano di non sbagliare un colpo.

Quindi mi correggo: "Brave" è sì un film un po' banalotto nella trama, ma il paletto che stanno cercando di spostare di un millimetro è troppo grosso e importante per pretendere di più.

Grazie, Pixar, per l'ennesima dimostrazione di intelligenza mediatica.


P.S.: Mi chiedo, una ragazza omosessuale, a quell'epoca, sovrastata da quelle regole sociali, a che livello di auto-consapevolezza sarebbe arrivata? Io immagino che il massimo a cui poteva arrivare era di non aver voglia di sposarsi senza capire bene il perché (un po' come la protagonista di "Brave"). Nella realtà però sarebbe stata mandata in convento, o se era schizofrenica sarebbe diventata Giovanna D'arco.

lunedì 9 luglio 2012

Capelli lunghi


Se hai i capelli lunghi, difficilmente la gente ti prende sul serio.

Se hai i capelli lunghi e la faccia rasata, ti prendono per un ragazzino.

Se hai i capelli lunghi e la barba, ti prendono per un barbone.

Difficilmente ti danno del Lei.

Quando presenti la carta di credito, quasi sempre di ti chiedono il documento.

Se passi la frontiera per fare una gita ti tengono un'ora per perquisire te e la macchina, e ti dicono "Dove hai messo la roba? Dai dillo, che tanto la troviamo". Perché hai i capelli lunghi.

E tu speri che si sbrighino a far venire il cane antidroga (l'unico animale intelligente del luogo) che in 10 secondi netti annusa dappertutto e se ne va scodinzolando.

E ti chiedi: "Ma secondo loro gli spacciatori che passano la frontiera coi chili di cocaina vanno in giro coi capelli lunghi, la barba e i jeans strappati? O saranno piuttosto persone dall'aspetto conforme alla più becera estetica comune?"

E' con questi ragionamenti in testa che ho approcciato il finale del pur molto bello "This must be the place" di Sorrentino.

DISCLAIMER: ATTENZIONE SPOILER! SE NON AVETE VISTO "THIS MUST BE THE PLACE" NON PROSEGUITE NELLA LETTURA!

Credo che il tema principale del film sia in fondo il rapporto tra il bambino che è in noi e la paura di raggiungere l'età adulta. Un cinquantenne che gioca ancora a fare il ragazzino, con le sue idiosincrasie da rock star, che non sa badare a se stesso.

Per la prima volta prende in mano la propria vita e si imbarca in un viaggio pericoloso che farà di lui un adulto.

Anche la decisione di far spogliare il vecchio nazista e lasciarlo al freddo è una decisione da adulto, una punizione "militaresca" che trasforma il vecchio in bambino spaurito e la star cinquantenne finalmente in un uomo.

Tutto ciò è molto bello. Il film a me piace moltissimo, c'è della poesia vera, personaggi veri, regia ottima, fotografia pazzesca, Sean Penn poi è da Oscar.

Eppure ci sono due passaggi che proprio non mi sono andati giù.

Il primo è una battuta "di passaggio" che in realtà chiarisce il tema del film:
- Come mai, con tutti i vizi che mi sono concesso, non ho mai fumato?

- È che sei ancora un bambino. Solo i bambini non hanno voglia di fumare.
Il secondo è il finalino. Cheyenne torna nel suo paesino irlandese finalmente coi capelli corti, senza trucco, vestito come una persona "normale". E' diventato un adulto, finalmente. E lo scambio di sguardi con la donna che per un attimo pensa si tratti del figlio finalmente tornato a casa, suggerisce che il personaggio sia stato "assente" per tutta la sua vita e che sia finalmente "tornato in sé".

E a questo punto mi chiedo.

Mi piacerebbe chiederlo a Sorrentino, di cui artisticamente ho molta stima.

Diventare adulto allora significa tagliarsi i capelli? Mettersi una giacchetta normale come tutti gli altri?

Addirittura fumare sarebbe una roba da adulti? Con tutti i bambini che fumano nel terzo mondo e gli adolescenti sotto casa nostra?

Possibile che perfino un artista intelligente, un regista vero come Sorrentino sia caduto in questa banalità?

Possibile che ancora nel 2012 perfino nei film per essere considerati adulti bisogna avere i capelli corti?

lunedì 3 ottobre 2011

lunedì 12 settembre 2011

Parola di Noxeema

C'è questo film del '95, "A Wong Foo, grazie di tutto! Julie Newmar". Spero che l'abbiate visto perché è molto divertente. Vede Patrick Swayze, Wesley Snipes (!) e John Leguizamo (bravissimo!) nei panni di tre drag queen.

C'è una battuta che mi ha sempre colpito in questo film, ed è una di quelle che io considero una "battuta perfetta". Alle volte bisogna saper cogliere queste sottigliezze perché ci insegnano molto su come si scrive un dialogo.

Ad un certo punto, quando le tre protagoniste stanno aiutando la giovane Bobbie Lee ad essere più attraente per il ragazzo che le piace, Noxeema commenta, con un misto di sufficienza e di preoccupazione: "Ho vissuto in appartamenti che erano grandi la metà di questi pori!"

La battuta mi ha colpito perché racconta perfettamente il personaggio che la pronuncia.

Prima di tutto è una battuta piena di "femminilità", che a un maschio etero difficilmente verrebbe da pensare. Non è che ci soffermiamo molto ad osservare i pori, noialtri.

Poi racconta in maniera lieve la vita di queste persone, che se esteriormente sono sgargianti e vistose, nella realtà devono faticare per sopravvivere e sono abituate alle privazioni: nella vita privata quindi Noxeema è abituata ad abitare in appartamenti molto piccoli.

E infine racconta l'orgoglio di questi personaggi: non si vergognano della loro condizione, della povertà, ma la raccontano apertamente. Il loro modo di abbigliarsi non è inteso a nascondere la loro condizione sociale, e fingere di essere ricche. Per loro è un'esternazione di come si sentono dentro.

Insomma, con pochissime parole lo sceneggiatore ci ha raccontato molto di questo personaggio.

E' bello poter assistere a queste piccole magie che le storie ci sanno regalare.

venerdì 15 luglio 2011

[ipse dixit] Chaplin

Un omicidio è delinquenza, un milione è eroismo. Il numero legalizza, caro amico.

Charlie Chaplin

mercoledì 8 giugno 2011

Cigno bianco / cigno nero

Da quando ho visto "Il cigno nero" di Aronofsky mi capita spesso di pensare ai due cigni, bianco e nero, come la mia parte di scrittore e di musicista, che entrano in conflitto e contemporaneamente si completano a vicenda...

Soprattutto, il cigno bianco come la mia parte di autore per l'infanzia e quello nero come la mia parte più "rock".

Anche la mia ossessione per la perfezione è simile a quella esplorata nel film.

E visto come va a finire la storia de "Il cigno nero", mi sa che non è un buon segno...

lunedì 28 marzo 2011

Titeuf al cinema


Il fumetto Titeuf di Zep è veramente divertente, spero che il film, in uscita ad aprile, non sia da meno.

Ecco il trailer in francese:

Related Posts Plugin for WordPress, Blogger...
Sito Ufficiale della Campagna Nazionale Giu Le Mani Dai Bambini