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martedì 1 settembre 2015

Scrivere per l'infanzia è limitante?



Disegno di Stefano Intini - © Disney

Ritorno su un argomento che ho già sviscerato più volte: le differenze tra scrivere per l’infanzia e scrivere per gli adulti.

Come già accennato in passato, basare la narrazione principalmente sull’aspetto razionale, come ad esempio un giallo o un thriller con un meccanismo perfetto, significa scrivere principalmente per gli adulti. Solo da una certa età in poi si sviluppa in pieno una dimensione razionale che ci può far apprezzare al meglio certi meccanismi “enigmistici” che invece al bambino, in cui è molto più sviluppata la dimensione emotiva, poco interessano.

Scrivere per l’infanzia significa invece basarsi principalmente sulle emozioni. Lunghi “spiegoni” non lasciano traccia in un bambino, ma questo non significa che non sia possibile trattare argomenti complessi o temi difficili in una storia per l’infanzia. Tralasciando i limiti del non poter usare scene violente o traumatiche (limiti superabilissimi tramite l’uso di metafore), la differenza con la narrazione per adulti consiste nel semplice fatto che tutto deve passare attraverso un vissuto emotivo, più che razionale. I bambini non è che “non capiscono”. Semplicemente capiscono ciò che conoscono, e ciò che conoscono sono principalmente le emozioni. Anche emozioni complesse, come ad esempio dilemmi morali, la compassione per una persona cattiva, il miscuglio di odio e di amore nei confronti di un parente, e via dicendo.

La cosa bella è che se i bambini faticano a comprendere una narrazione squisitamente razionale, il linguaggio delle emozioni invece lo capiscono anche gli adulti. Se si riesce a scrivere di emozioni senza melensaggini e banalità, e se si riesce a usare l’umorismo, si può scrivere contemporaneamente per i bambini E per gli adulti. Un esempio che faccio spesso è quello dei film Pixar, che attraverso l’umorismo e le dinamiche emotive tra i personaggi riescono ad arrivare al cuore di spettatori di qualsiasi età.

Senza nulla togliere a una scrittura “adulta”, che interessa anche me sia da fruitore che da autore, capirete però come mai io mi trovi molto poco d’accordo con quei colleghi che pensano che scrivere per l’infanzia significhi limitarsi.

Perché è esattamente il contrario: quando scrivi per gli adulti, scrivi SOLO per gli adulti. Quando scrivi per i bambini, puoi scrivere per i bambini E per gli adulti.

Sempre che tu lo sappia fare, naturalmente.

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[EDIT]

Discutendone su Facebook con il collega Davide Costa, è venuto fuori l'argomento del lessico da usare quando si scrive per l'infanzia.

Personalmente,  credo che quando si scrive per i piccoli ci si debba limitare nel lessico - naturalmente un testo scritto in linguaggio aulico risulta troppo ostico - ma senza esagerare. Qualche parola più ricercata è addirittura auspicabile in un testo per l'infanzia, soprattutto se si tratta di una fascia di età scolare. Quelli che si fanno spaventare dalle parole sconosciute sono gli adulti, che sono più pigri. Da che mondo è mondo i bambini non solo non si fanno spaventare, ma le parole nuove incuriosiscono e invogliano alla lettura. Con parsimonia, naturalmente, ma una parola strana ogni tanto è ben accetta. L'umorismo di autori come Martina e Cimino si basava addirittura su questo tipo di dialogo tra il popolare e l'epico/obsoleto. Parole come guiderdone, sicumera, plutocrazia, da bambino mi facevano ridere PROPRIO perché non le avevo mai sentite e avevano un suono strano. Ridere scatena eccitazione, che scatena interesse, che invoglia a proseguire.

Quello che penso è che più che limitare il lessico sia necessario semplificare la costruzione delle frasi, quello sì. Una frase troppo complessa, con troppe subordinate eccetera, risulta di difficile comprensione per un bambino.

domenica 13 luglio 2014

Gol truccati di sceneggiatura

Per parecchio tempo sono stato un assiduo spettatore di polizieschi televisivi: CSI, Senza Traccia, Criminal Minds... Da un po' non li seguo più. Non so se perché mi sono stancato io, oppure perché effettivamente le puntate sono sempre più ripetitive. I cliché abbondano, e certi trucchi narrativi, se una volta li digerivo, ora cominciano a risultarmi indigesti.

Per esempio capita spesso che un sospetto, quando interrogato, perda il controllo e si lasci andare a dire la verità nonostante la presenza dell'avvocato che cerca di fermarlo. Parrebbe che gli interrogatori scatenino crisi di coscienza o che ogni interrogato sia un impulsivo cronico, ma siccome sappiamo che nella realtà non è così, si tratta semplicemente di un trucco per saltare dei passaggi e fare in modo che gli investigatori accedano velocemente a delle informazioni senza fare la fatica di inventarsi modi più ingegnosi per ottenerle. Un trucco da sceneggiatori, insomma.

Molti spettatori sono consapevoli di questa cosa: quando assistono a trucchetti del genere non ci cascano, pensano "figurati!". Accade però che uno prosegua a seguire la storia, finendo per dimenticarsi che magari la soluzione di un caso è stata viziata da una svolta improbabile. Che senza quel passaggio non ci sarebbe nemmeno la soluzione del caso.

E la sensazione alla fine è come quando in una partita di calcio una squadra vince grazie a un gol irregolare. Proseguendo con la partita, chi tifa per la squadra vincente finisce per dimenticarsi che la vittoria è viziata da un punto che non sarebbe valido. In fondo è la mia squadra e sono contento lo stesso.

Così come lo spettatore è contento che gli investigatori abbiano risolto il caso, anche se l'indizio gli è stato messo su un piatto d'argento da un trucchetto di sceneggiatura.

Il problema però è che più sono i trucchi e le scorciatoie, più si abbassa la qualità del "prodotto", più la gente tenderà a disaffezionarsi alla serie.


lunedì 7 luglio 2014

L'amico Topolino

Uno degli aspetti che più mi piacciono del personaggio Topolino è la tolleranza.

Parlo del Topolino dei primi tempi, quello di Gottfredson, di Bill Walsh ma anche di Romano Scarpa: Pippo non potrebbe aver trovato miglior amico di Topolino. Perché quando quasi tutti trattano Pippo da scemo, Topolino più degli altri riesce a tollerare i comportamenti strani, a oltrepassare l'apparenza e arrivare al cuore di una persona: Pippo è buono, generoso e fantasioso, quindi anche Topolino non potrebbe aver trovato migliore amico di lui.

Lo stesso vale con Eta Beta, nella prima storia in cui appare: quando perfino Pippo si lascia spaventare dall'aria troppo "diversa" dell'uomo del futuro, Topolino è l'unico ad essere abbastanza tollerante da accogliere questa persona e aiutarla a integrarsi nel nostro mondo.

Insomma, Topolino è il migliore amico che una persona possa desiderare.

Sempre per la serie "Chi dice che Topolino è antipatico non conosce lo spirito originario del personaggio".

mercoledì 12 febbraio 2014

50 dollari fatali

C'è una scena in particolare (una delle tante) che ho amato e amo tuttora del "Ventino fatale" di Barks (che insieme alla "Stella del Polo" è forse la mia storia Disney preferita di sempre).

E' quella in cui Paperino chiede a Zio Paperone 50 dollari per i bambini poveri: metà per il pranzo di Natale, metà per il trenino. Paperone, diversamente da ciò che ci si potrebbe aspettare, non rifiuta, non del tutto almeno: darà a Paperino 25 $ per il pranzo. Ma solo quando costui avrà raccolto gli altri 25 per il trenino.

In questo dialogo c'è tutta la profondità e l'umanità del personaggio di Paperone. Non intende dimostrarsi generoso, sia mai che costituisca un precedente. D'altronde non è un mostro, non è un taccagno "bidimensionale", ha dei conflitti interni come tutte le persone vere, e accetta di regalare il pranzo di Natale ai poveri.

Ma il trenino no: è una cosa frivola che proprio non può regalare. Perciò - e qui è il vero colpo di genio, da grande maestro della narrazione, di Barks - fa in modo che sia Paperino stesso a ottenere i soldi per il trenino. In questo modo gli insegna a lottare per ottenere ciò che vuole. Che nella vita niente viene regalato, e che più un obiettivo è importante, più è difficile da raggiungere. Che se davvero vuole avere quel trenino, deve battersi. Che non si deve arrendere.

Paperone non solo si dimostra umano e generoso promettendo i soldi per il pranzo, ma fornisce anche un importante insegnamento a suo nipote. Alla faccia di chi vorrebbe Paperone un personaggio taccagno e meschino.

Mi viene ancora oggi la pelle d'oca soltanto a pensarci. Ringrazierò sempre Barks di aver insegnato a me e a tanti altri sceneggiatori qual è la via da percorrere, esattamente come Paperone fa con Paperino.


mercoledì 5 febbraio 2014

La Zona

A volte ho l'impressione che cominciare ogni giorno l'attività dello scrivere sia un po' come entrare nella Zona del film "Stalker" di Tarkovskij.

E' una delle cose più difficili per me: riuscire a concentrarsi, entrare nell'universo narrativo che riguarda la storia, arrivare fino in fondo (la fatidica stanza che esaudisce i desideri) senza mai uscirne.

Spesso ci si aggira in questa zona alla ricerca della strada giusta, e ci si ritrova al punto di partenza. Hai girato a vuoto e te ne accorgi solo dopo ore. A volte si ha l'impressione che le cose cambino intorno a te senza che tu ne abbia il controllo.

E' un viaggio difficile, a volte estenuante.

Spesso si ha paura di arrivare fino in fondo. Quando si giunge sulla porta del finale, di quella stanza magica, si vorrebbe girare i tacchi. Oppure entrarci con una bomba. Ma alla fine, il più delle volte, ci facciamo coraggio ed entriamo.

E l'indomani riprendiamo il viaggio.


venerdì 31 gennaio 2014

Colorismo

La mia impressione è che spesso ancora si sottovaluti l'importanza del colore (e quindi del colorista) nella produzione di un fumetto.

La capacità di chiarezza narrativa dipende moltissimo dai colori. Gli stacchi, lo scorrere del tempo, i cambi di atmosfera, il montaggio, l'importanza degli elementi all'interno di una vignetta.

La narrazione dipende davvero tanto da una buona colorazione.

Ecco perché è oltremodo difficile scrivere per una storia che sarà disegnata in bianco e nero: si sa in partenza che mancherà quel supporto importante che sono i colori, e sceneggiatori e disegnatori dovranno fare il doppio della fatica.

mercoledì 18 dicembre 2013

Nomi dei personaggi


Quando scrivendo una storia devo inventare un personaggio, spesso faccio una ricerca sui significati dei nomi, perché vorrei che non solo il suono della parola, ma anche l'etimologia si adatti al carattere del personaggio.

Il problema, di solito, è nel dare i nomi ai personaggi negativi. Perché 99% dei nomi hanno ovviamente un significato positivo: nessuno chiamerebbe il proprio figlio Malvagio o Carogna.

L'unica soluzione che ho trovato finora è stata, oltre a smetterla di farmi tante pippe mentali e scegliere semplicemente nomi con un suono interessante, anche la scelta di significati aderenti alla percezione che tali personaggi hanno di sé.

Ad esempio, se si tratta di un personaggio megalomane e auto-referenziale, sceglierò nomi dai significati altisonanti tipo re, imperatore, condottiero, colui che è giusto, mandato da Dio, eccetera.

In questo modo cerco di comunicare, in maniera latente, il mondo interiore anche del personaggio negativo.


giovedì 5 dicembre 2013

Educare alla narrazione


Recentemente mi è capitato di fare degli incontri sula narrazione con ragazzini di prima media.

Di solito negli incontri parlo di fumetti o di sceneggiatura, ma in questo caso si parlava di narrazione in generale, e abbiamo anche inventato una storia insieme.

E una volta di più mi sono reso conto di una cosa in sé piuttosto banale ma a cui pochi pensano, cioè di quanto importante sia educare i ragazzi alla narrazione. Non è un lusso, è una necessità per la formazione di una persona.

Perché imparare ad analizzare e a raccontare una storia significa capire il mondo esterno e saper raccontare il proprio mondo interiore.

Significa imparare a spiegare e a spiegarsi.

Perché capire come si struttura una storia, mettendo nel giusto ordine gli eventi importanti ed eliminando tutto ciò che è superfluo, significa aiutare gli altri a capirti, in qualsiasi ambito.

Se devo fare una denuncia in Polizia e devo spiegare come sono avvenuti i fatti. Se devo fare un colloquio di lavoro e spiegare in poche parole qual è la mia storia professionale. Se voglio far capire a una ragazza che mi piace quello che ho dentro senza che questa si suicidi per noia. Se devo spiegare a un idraulico/elettricista/tecnico pc qual è l'inconveniente da aggiustare e come è avvenuto il guasto.

Saper raccontare una storia significa avere una forma mentis condivisa e condivisibile. Per quanto complessi possiamo essere dentro, ci sarà sempre un modo per raccontarci.

Sempre che qualcuno ce l'abbia insegnato.


Immagine: © 1970 Gail E. Hailey


mercoledì 17 luglio 2013

Descrizioni fraintese

E' parecchio che non scrivo riflessioni sul mio lavoro. Il momento in cui dovessi smettere del tutto sarà il caso forse di preoccuparsi, perché significherebbe che penserò di sapere ormai tutto quello che c'è da sapere, il che è chiaramente impossibile per chiunque.

Riflettevo appunto sul fatto che in sceneggiatura tendo spesso - non so se lo facciano anche i miei colleghi - a descrivere il meglio possibile un ambiente all'inizio della scena in cui tale ambiente compare per la prima volta. Tipo descrivere anche quello che c'è nei cassetti e che successivamente verrà tirato fuori da un personaggio.

Naturalmente non pretendo che nella vignetta in questione compaia TUTTO quello che sto descrivendo, è solo un modo per comunicare tutte le informazioni necessarie al disegnatore per disegnare quell'ambiente nel corso della storia senza dover aggiungere particolari nel momento in cui servono, dopo che magari il disegnatore ha creato l'ambiente in maniera incompatibile con la scena che deve venire.

Capita però che il disegnatore fraintenda, e spaventato dalla minuziosa descrizione maledica lo sceneggiatore: come faccio a disegnare tutte e quattro le pareti di una stanza in un'unica vignetta?!

Ecco perché sarà il caso di spiegare nella maniera più chiara possibile che ciò che si sta descrivendo non è da visualizzare neccessariamente in QUELLA vignetta, ma che è solo la "mappa" da tenere presente per il resto della storia.


mercoledì 17 aprile 2013

Regole di sceneggiatura

A volte i giovani sceneggiatori snobbano certe formule strutturali come se si trattasse di sterili regole imposte da qualche parruccone hollywoodiano.

Sappiamo benissimo che la sceneggiatura, l'arte in generale, non è una scienza. Si può anche evitare di seguire certe "regole".

Però certe strutture non nascono dall'imposizione di qualcuno che, ad un certo punto, ha deciso "d'ora in poi le storie vanno scritte così". Semplicemente, tanti narratori prima di noi hanno sperimentato con la scrittura e hanno osservato l'effetto che certe strutture narrative hanno sul lettore/spettatore. Che cosa è più efficace e che cosa non lo è. Che cosa coinvlge, che cosa tiene il fruitore più "aggrappato" alla vicenda, che cosa non lo fa uscire dal "patto di sospensione dell'incredulità".

Ad esempio, se io imposto tutta la storia con una voce narrante, tutto visto dal punto di vista del protagonista, se ad un certo punto piazzo una scena in cui assistiamo a qualcosa che il protagonista non può vedere e che magari ci spiega il piano dei cattivi, stiamo buttando fuori il lettore/spettatore dall'atmosfera interna al protagonista che con tanta fatica abbiamo creato, perché siamo passati di colpo a un narratore onnisciente. Fa comodo a noi che scriviamo, per spiegare velocemente qual è il piano dei cattivi, senza fare la fatica di inventarci un modo per farlo capire senza uscire dal punto di vista del protagonista, ma se da un lato abbiamo spiegato al lettore alcune cose utili, dall'altro abbiamo rovinato l'atmosfera che ci stava a cuore.

Le strutture narrative nascono prima di tutto dal fruitore della storia, dai fruitori di tutte le epoche. Ecco perché - sebbene naturalmente nessuno sia obbligato a seguirle - è quantomeno nel nostro interesse di scrittori impararle e interiorizzarle.

mercoledì 3 aprile 2013

martedì 12 febbraio 2013

Personaggi e inconscio


Quando si scrive una storia, niente va lasciato al caso per un motivo preciso.

Si dà a un personaggio un background e delle motivazioni alle sue azioni perché anche se non lo spiegherai a parole, il lettore a livello inconscio percepirà la presenza di una profondità e di un obiettivo del personaggio.

O, sempre a livello inconscio, è in grado di percepire se un personaggio si comporta in una determinata maniera senza un motivo preciso.

Sembra scontato, eppure alcuni pensano che il comportamento dei propri personaggi sia coerente a priori dal momento che "sono miei personaggi, sono coerenti a quello che voglio dire io". Ma non è così.

Il singolo personaggio non coincide col suo autore, altrimenti tutti i personaggi si comporterebbero nella stessa maniera. E soprattutto il comportamento di un personaggio dev'essere plausibile non solo per l'autore ma anche per il lettore, deve esserci un terreno comune in cui autore e lettore si incontrano.

Se il lettore non avverte un vero motivo per cui il personaggio agisca in un certo modo, lo stesso messaggio che l'autore vuole comunicare va irrimediabilmente perso, quindi è meglio sforzarsi di dare un background al personaggio e farlo agire coerentemente a quanto si è deciso.

E quando il personaggio cambia atteggiamento, non è una cosa che può succedere senza che venga sottolineata. E' un cambiamento che non può accadere di punto in bianco né che può accadere senza conseguenze. E' un'evoluzione, e in quanto tale siamo d'accordo che non vada SPIEGATA, ma dev'essere RACCONTATA. Se il cambiamento di un personaggio non viene raccontato, sottolineato, sviluppato, resta un cambiamento illogico che infastidisce soltanto chi fruisce l'opera.

In fondo, evitare di dare background e motivazioni ai personaggi può essere indice più che altro di pigrizia da parte dell'autore, che il lettore - a livello inconscio ma a volte anche conscio - percepisce. E ti molla prima di finire il fumetto-libro-film.

venerdì 1 febbraio 2013

Nulla si crea


A volte penso che anche in campo artistico sia vero il principio per cui "nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma".

Spesso noi pensiamo di aver creato qualcosa di nuovo, mentre è probabilmente solo il prodotto dell'insieme di tutto ciò che abbiamo letto, visto, sentito, del nostro vissuto, eccetera.

Come lo spematozoo nell'ovulo crea l'embrione, anche tutte queste esperienze ci "fecondano" e ci permettono di creare una "neonata" opera.


P.S.: L'immagine sopra è tratta dal post sul blog di Anna Bernasconi che in maniera totalmente slegata dal suo contenuto mi ha fatto fare questa riflessione.

venerdì 14 dicembre 2012

...e la voce popolare


Un'altra cosa su cui riflettevo è che secondo me l'artista in genere, se vuole essere popolare - non nel senso di famoso, ma di dare voce al popolo - non deve dire ciò che dice il popolo. C'è spesso un malinteso su questo aspetto.

Le opere di un artista, e parlo soprattutto dei testi delle canzoni, se vogliono dare voce al popolo non devono ripetere pedissequamente ciò che si può trovare normalmente su qualsiasi bacheca Facebook.

Essere vicini alla gente, sia che si parli di politica che di amore, non significa dire quello che chiunque avrebbe detto sull'argomento.

"Ma io non sono snob, voglio che le mie opere parlino delle persone normali, della loro vita, con il loro linguaggio."

Per me essere vicini alla gente, non "elitari", significa invece trovare nuovi modi, nuove espressioni, con un linguaggio semplice e comprensibile per tutti, per comunicare qualcosa di magari anche profondo che tutti hanno dentro e che senza la sensibilità tipica dell'artista fanno fatica a tirar fuori.

Insomma, non mettere i post di Facebook nelle proprie opere, quanto piuttosto trovare nuove espressioni che la gente possa a sua volta condividere sulle proprie bacheche: "Non sapevo come dirlo, e lui ha trovato il modo giusto di dirlo".

Non delegare alla gente il compito per raccontarsi, ma dare loro nuove parole per farlo.

E' uno sforzo che voglio fare.

venerdì 13 luglio 2012

Originalità


Ultimamente sono giunto a una riflessione.

L'originalità è un concetto molto relativo (e questo già si sapeva).

Io posso anche raccontare uno spunto narrativo già visto, ma alla fine sarà ugualmente originale, perché è il MIO modo di raccontarlo, è il MIO punto di vista.

Viceversa, posso anche prendere uno spunto originalissimo, ma raccontarlo copiando lo stile altrui, "come lo avrebbe raccontato tizio", allora sì che sarebbe banale.

Potete anche dirmi che è una riflessione banale. Eppure.

lunedì 27 febbraio 2012

Onestà


Mantova Comics è come sempre ricca di spunti.

La conferenza stampa di presentazione di LAW è andata benissimo, ma fra le altre cose mi sembra interessante riportare un momento in particolare della giornata di sabato.

Un momento di cazzegg... ops, scusate, di peneggio in cui tra una chiacchiera e l'altra una disegnatrice mi ha posto questa marzulliana questione:

Tu che sei uno sceneggiatore, secondo te qual è la cosa più importante quando si scrive?

Normalmente quando mi fanno queste domande resto a bocca aperta pesce-lesso-style e mi si blocca la favella. Le domandONE sulla Creatività, l'Arte, l'Universo e tutto quanto mi prendono troppa ram, e minimo sei-sette giorni per espletare una risposta sensata.

In questo caso invece no, la risposta mi è uscita dalla bocca quasi senza che me ne accorgessi: "L'ONESTA'".

Cioè?

In realtà è un discorso applicabile a qualsiasi forma d'arte.

Secondo il mio punto di vista, la prima cosa fondamentale nella creazione di un'opera, una storia, una canzone, un disegno, di qualsiasi genere, è l'intenzione, l'onestà con cui si approccia il mezzo.

Al di là della tecnica, del talento, del mercato e del target cui ci si rivolge. Bisogna essere onesti con se stessi e col nostro lettore. Scrivo storie per la Disney non perché mi paga le bollette, ma perché a me piacciono i personaggi Disney e mi piace far vivere loro delle avventure.

Se scrivo una canzone in stile AC/DC lo faccio non perché voglio piacere ai fan degli AC/DC, ma perché A ME piace quel genere. Non li devo copiare, devo solo scrivere quello che sento dentro, e se somiglia molto agli AC/DC, se una mia storia somiglia molto a una di Carl Barks, be', pazienza. Qualcuno la troverà banale? Non fa niente, io sono stato onesto, ho raccontato quello che sentivo di voler raccontare.

Se - al di fuori di Disney - scrivo una storia un po' "alternativa" non è perché voglio atteggiarmi da "Autore", non voglio fare il Gipi della situazione. Semplicemente mi è uscita così e a me piace così.

Meglio fare delle citazioni ed enunciarle, piuttosto che plagiare facendo finta di niente.

Invece capita spesso di leggere storie che vogliono disperatamente ottenere un certo tipo di responso dal lettore, dalla critica, o sopratutto dai commenti in internet. Sembra che oggi sia diventato importantissimo il giudizio di chi scrive in forum, blog e social network, come se qualche decina di commmentatori possa rappresentare migliaia di lettori.

Si vedono in giro tante band che fanno il verso a quella o quell'altra band famosa. Quelli che si truccano e si mettono gli spandex pensando di poter essere i nuovi Motley Crue pur essendo nel 2012 e abitando a Carugate. Piuttosto, meglio un tributo.

Quando trovi però la band che non fa niente di originale ma non si atteggia e ci mette il cuore, te ne accorgi. Loro SONO così, non fingono. Quella musica ce l'hanno dentro, e allora diventa un piacere sentirli.

E anche quando si ha uno spunto originale bisogna essere onesti. Perché a volte si leggono storie che sono dei "bluff". Magari un incipit interessante, uno spunto addirittura geniale, ma poi la pigrizia dell'autore prende il sopravvento e lo sviluppo è casuale, banale, o poco sensato. Questo è disonesto nei confronti del lettore-spettatore, che hai catturato con un buon inizio e poi te ne sei fregato per il resto della storia.

Insomma, l'onestà intellettuale nel creare un'opera per me è fondamentale, e spesso traspare anche nel risultato finale: il lettore-spettatore-ascoltatore se ne accorge.

venerdì 17 febbraio 2012

Eco-consigli


Ho scoperto questo elenco di consigli di Umberto Eco agli scrittori. Veramente divertenti e utili!


1. Evitate le allitterazioni, anche se allettano gli allocchi.
2. Non è che il congiuntivo va evitato, anzi, che lo si usa quando necessario.
3. Evita le frasi fatte: è minestra riscaldata.
4. Esprimiti siccome ti nutri.
5. Non usare sigle commerciali & abbreviazioni etc.
6. Ricorda (sempre) che la parentesi (anche quando pare indispensabile) interrompe il filo del discorso.
7. Stai attento a non fare… indigestione di puntini di sospensione.
8. Usa meno virgolette possibili: non è “fine”.
9. Non generalizzare mai.
10. Le parole straniere non fanno affatto bon ton.
11. Sii avaro di citazioni. Diceva giustamente Emerson: “Odio le citazioni. Dimmi solo quello che sai tu”.
12. I paragoni sono come le frasi fatte.
13. Non essere ridondante; non ripetere due volte la stessa cosa; ripetere è superfluo (per ridondanza s’intende la spiegazione inutile di qualcosa che il lettore ha già capito).
14. Solo gli stronzi usano parole volgari.
15. Sii sempre più o meno specifico.
16. Non fare frasi di una sola parola. Eliminale.
17. Guardati dalle metafore troppo ardite: sono piume sulle scaglie di un serpente.
18. Metti, le virgole, al posto giusto.
19. Distingui tra la funzione del punto e virgola e quella dei due punti: anche se non sempre è facile.
20. Non usare metafore incongruenti anche se ti paiono “cantare”: sono come un cigno che deraglia.
21. C’è davvero bisogno di domande retoriche?
22. Sii conciso, cerca di condensare i tuoi pensieri nel minor numero di parole possibile, evitando frasi lunghe – o spezzate da incisi che inevitabilmente confondono il lettore poco attento – affinché il tuo discorso non contribuisca a quell’inquinamento dell’informazione che è certamente (specie quando inutilmente farcito di precisazioni inutili, o almeno non indispensabili) una delle tragedie di questo nostro tempo dominato dal potere dei media.
23. Gli accenti non debbono essere nè scorretti nè inutili, perchè chi lo fa sbaglia.
24. Non si apostrofa un’articolo indeterminativo prima del sostantivo maschile.
25. Non essere enfatico! Sii parco con gli esclamativi!
26. Neppure i peggiori fans dei barbarismi pluralizzano i termini stranieri.
27. Scrivi in modo esatto i nomi stranieri, come Beaudelaire, Roosewelt, Niezsche e simili.
28. Nomina direttamente autori e personaggi di cui parli, senza perifrasi. Così faceva il maggior scrittore lombardo del XIX secolo, l’autore del “5 maggio”.
29. All’inizio del discorso usa la captatio benevolentiae, per ingraziarti il lettore (ma forse siete così stupidi da non capire neppure quello che vi sto dicendo).
30. Pura puntiliosamente l’ortograffia.
31. Non andare troppo sovente a capo.

Almeno, non quando non serve.

32. Non usare mai il plurale maiestatis. Siamo convinti che faccia una pessima impressione.
33. Non confondere la causa con l’effetto: saresti in errore e dunque avresti sbagliato.
34. Non indulgere ad arcaismi, apax legomena o altri lessemi inusitati, nonché deep structures rizomatiche che, per quanto ti appaiono come altrettante epipfanie della differanza grammatologica e inviti alla deriva decostruttiva eccedano comunque le competenze cognitive del destinatario.
35. Non devi essere prolisso, ma neppure devi dire meno di quello che.
36. Una frase compiuta deve avere

mercoledì 25 gennaio 2012

7 note


In un certo senso è vero quello che dicono in molti: tutte le storie sono già state raccontate, tutte le canzoni sono già state suonate, le note sono 7 (non è vero, sono 12), le possibili storie sono tot, tutto il resto è un rimescolamento e una riproposizione sempre delle stesse tematiche. Insomma, non è possibile inventarsi niente di davvero nuovo.

Se sia del tutto vero non so, forse qualcosa di nuovo è ancora possibile crearlo, fatto sta che quando si scrive per un prodotto seriale bisogna confrontarsi con strutture e tematiche abbastanza "regolari".

L'unica possibilità per aggiungere qualcosa di veramente originale secondo me è ciò che di nostro mettiamo in una storia. Sono le nostre emozioni personali di autori a fare la differenza.

Se le storie possibili sono tot, c'è qualcosa di assolutamente unico e irripetibile: la persona che scrive. Ogni persona è unica al mondo. Così come le impronte digitali sono diverse per ognuno, anche l'insieme di emozioni, ricordi e percezioni fa la differenza tra un essere umano e l'altro. Per questo in ogni storia che scrivo cerco di dare la mia interpretazione attraverso le emozioni del mio vissuto personale (questo per rispondere anche a chi poco tempo fa nei commenti di questo blog sosteneva che le Emozioni, quelle vere, sono tutt'altro).

Per esempio, una delle mie storie più apprezzate di sempre dai lettori è "Paperinik e l'amore nell'oblio". Inizia con Paperina che scopre l'identità segreta di Paperinik. Chissà quante volte s'è visto. Niente di particolarmente originale. Poi certo, le carte in tavola cambiano perché a causa di un'amnesia Paperina si convince di essere fidanzata con Paperinik. Comunque sia, ho usato questo tema, il conflitto tra la vita privata di Paperino e la sua identità supereroistica (niente di nuovo, appunto) per raccontare qualcosa di molto personale, e ho narrato la vicenda attraverso le mie emozioni. Quelle che io, e solo io posso provare relativamente a certe situazioni che ho trasfigurato all'interno di un contesto codificato e comprensibile per tutti, quello del "conflitto d'identità" di Paperinik. Se quella storia mi è venuta bene, è perché c'è molto di me in quel Paperinik. In questo senso le storie non sono indipendenti dal loro autore, la storia è l'autore. La stessa vicenda raccontata da un'altra persona non avrebbe lo stesso effetto. O non racconterebbe la stessa cosa.

Tra parentesi, credo che una delle tematiche più interessanti all'interno dei fumetti Disney sia proprio quello del problema d'identità di Paperinik. Alla faccia di chi crede che sia solo roba per bambini.

Per questo resto dell'idea che le note potranno anche essere solo 7, ma è l'intensità con cui le suoni a renderle uniche al mondo. Sei tu che le suoni a rendere la canzone originale. Non solo, è anche l'ascoltatore, il lettore, il rapporto tra l'autore e il fruitore a rendere un'esperienza unica e irripetibile la percezione di un'opera creativa.

Perché in fondo un'opera d'arte, una canzone, una storia, una scultura, la facciata di una cattedrale, non sono altro che un flusso che scorre tra l'artista e chi percepisce l'opera, un'esperienza unica che si ripete ogni volta in maniera diversa.

lunedì 16 gennaio 2012

Consigli


Qualche giorno fa un giovane collega mi chiedeva qualche consiglio, e mi sono ritrovato a fare alcune riflessioni che possono essere utili un po' per tutti gli esordienti, perciò mi è sembrato interessante riportare qui alcuni stralci di quella conversazione.

Non fate troppo caso alla forma perché si trattava di scambio di email.

"[...]

Non posso dirti esattamente cosa devi fare (quello è compito tuo), però posso dirti che devi concentrarti di più sul tema, e il tema lo vedi nel finale. Ti sei interrogato su qual è il tema della tua storia?

[...]

Vanno bene le gag e i "pretesti", ma se sono pretesti in sintonia col tema della storia te la armonizzano.

[...] sprecare un buono spunto è un peccato mortale.

[...]

Premurati sempre di essere il più chiaro possibile [in sceneggiatura] e di anticipare ogni possibile problema, e di rendere partecipe il
disegnatore in quello che fai, facendolo interessare alla tua storia.

[...]

Una storia è più forte e coinvolgente quanto è più forte l'URGENZA. Più è forte l'urgenza di un personaggio, la motivazione, più fai il tifo per lui, gioisci quando ha successo, ti spiace quando fallisce, e soprattutto stai col cuore in gola nei momenti di suspense, quando sembra che il protagonista non riesca a soddisfare l'urgenza e ce la fa solo all'ultimo. C'è il personaggio che ha l'urgenza di ritrovare la mamma, quello che ha l'urgenza di diventare una famosa star, chi quella di vendicarsi, chi semplicemente di salvarsi la vita... Non si tratta solo della motivazione: quando quella spinta ha anche una scadenza, il famoso time lock, allora è più forte il "peso" sul finale.

[...]

Non per niente si dice sempre che bisogna sapere prima come finisce la storia e poi fare il resto, perché in base a ciò che succede alla fine devi gestire gli elementi, devi preparare gli eventi perché tutto porti in maniera credibile e interessante al finale.

[...]

Bom, spero che le mie considerazioni ti siano state utili, continua a lavorarci sopra, fatti il mazzo, non accontentarti mai della risposta più semplice, mettici passione e cerca di vedere il tuo lavoro dal punto di vista del lettore!

E un grosso in bocca al lupo!

Giorgio
"

sabato 31 dicembre 2011

Power to the Story


Ho appena deciso che il mio nuovo motto sarà "POWER TO THE STORY": potere alla storia.

Artifici retorici, tecnici, grafici, uso dei dialoghi... In quello che faccio tutto dev'essere al servizio della storia nel senso più puro del termine. Cercare l'essenzialità del "nucleo" e poi decidere di volta in volta di quanti "strati" di "ciccia" rivestirlo.

Spero che il dio degli sceneggiatori mi assista in questo percorso ascetico.

Potere alla storia!

E ora entriamo nel mood giusto con "Power to the Music" dei Motley Crue:


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