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lunedì 23 maggio 2016

I Giamburrasca

I Giamburrasca sono una classe di quinta di una scuola elementare di Roma che, capitanati dall'intraprendente maestra Anna Teresa, negli ultimi due anni mi hanno scritto un sacco di volte per farmi delle domande sul mio mestiere di sceneggiatore di fumetti.

Come è ovvio mi sono affezionato a questi ragazzi, e oggi mi è arrivato da parte loro un graditissimo regalo, che vedete in questa foto.

Una bellissima borsina di tela dipinta a mano con il volto di Paperinik, corredata da un bigliettone tutto decorato e pieno di belle parole.

Ringrazio tanto i ragazzi del clan Giamburrasca che porterò nel cuore anche quando loro saranno all'università a studiare modi per migliorare questo mondo.

Perché io lo so che loro miglioreranno il mondo.

Il mio l'hanno già migliorato, per dire.

Grazie giamburraschi!

martedì 1 settembre 2015

Scrivere per l'infanzia è limitante?



Disegno di Stefano Intini - © Disney

Ritorno su un argomento che ho già sviscerato più volte: le differenze tra scrivere per l’infanzia e scrivere per gli adulti.

Come già accennato in passato, basare la narrazione principalmente sull’aspetto razionale, come ad esempio un giallo o un thriller con un meccanismo perfetto, significa scrivere principalmente per gli adulti. Solo da una certa età in poi si sviluppa in pieno una dimensione razionale che ci può far apprezzare al meglio certi meccanismi “enigmistici” che invece al bambino, in cui è molto più sviluppata la dimensione emotiva, poco interessano.

Scrivere per l’infanzia significa invece basarsi principalmente sulle emozioni. Lunghi “spiegoni” non lasciano traccia in un bambino, ma questo non significa che non sia possibile trattare argomenti complessi o temi difficili in una storia per l’infanzia. Tralasciando i limiti del non poter usare scene violente o traumatiche (limiti superabilissimi tramite l’uso di metafore), la differenza con la narrazione per adulti consiste nel semplice fatto che tutto deve passare attraverso un vissuto emotivo, più che razionale. I bambini non è che “non capiscono”. Semplicemente capiscono ciò che conoscono, e ciò che conoscono sono principalmente le emozioni. Anche emozioni complesse, come ad esempio dilemmi morali, la compassione per una persona cattiva, il miscuglio di odio e di amore nei confronti di un parente, e via dicendo.

La cosa bella è che se i bambini faticano a comprendere una narrazione squisitamente razionale, il linguaggio delle emozioni invece lo capiscono anche gli adulti. Se si riesce a scrivere di emozioni senza melensaggini e banalità, e se si riesce a usare l’umorismo, si può scrivere contemporaneamente per i bambini E per gli adulti. Un esempio che faccio spesso è quello dei film Pixar, che attraverso l’umorismo e le dinamiche emotive tra i personaggi riescono ad arrivare al cuore di spettatori di qualsiasi età.

Senza nulla togliere a una scrittura “adulta”, che interessa anche me sia da fruitore che da autore, capirete però come mai io mi trovi molto poco d’accordo con quei colleghi che pensano che scrivere per l’infanzia significhi limitarsi.

Perché è esattamente il contrario: quando scrivi per gli adulti, scrivi SOLO per gli adulti. Quando scrivi per i bambini, puoi scrivere per i bambini E per gli adulti.

Sempre che tu lo sappia fare, naturalmente.

---

[EDIT]

Discutendone su Facebook con il collega Davide Costa, è venuto fuori l'argomento del lessico da usare quando si scrive per l'infanzia.

Personalmente,  credo che quando si scrive per i piccoli ci si debba limitare nel lessico - naturalmente un testo scritto in linguaggio aulico risulta troppo ostico - ma senza esagerare. Qualche parola più ricercata è addirittura auspicabile in un testo per l'infanzia, soprattutto se si tratta di una fascia di età scolare. Quelli che si fanno spaventare dalle parole sconosciute sono gli adulti, che sono più pigri. Da che mondo è mondo i bambini non solo non si fanno spaventare, ma le parole nuove incuriosiscono e invogliano alla lettura. Con parsimonia, naturalmente, ma una parola strana ogni tanto è ben accetta. L'umorismo di autori come Martina e Cimino si basava addirittura su questo tipo di dialogo tra il popolare e l'epico/obsoleto. Parole come guiderdone, sicumera, plutocrazia, da bambino mi facevano ridere PROPRIO perché non le avevo mai sentite e avevano un suono strano. Ridere scatena eccitazione, che scatena interesse, che invoglia a proseguire.

Quello che penso è che più che limitare il lessico sia necessario semplificare la costruzione delle frasi, quello sì. Una frase troppo complessa, con troppe subordinate eccetera, risulta di difficile comprensione per un bambino.

mercoledì 10 giugno 2015

Campus al WOW




Ai genitori di Milano e dintorni in ascolto: terrò dei brevi corsi di scrittura/sceneggiatura per conto del WOW Spazio Fumetto - Museo del Fumetto di Milano all'interno di un campus estivo per i ragazzi dagli 8 ai 14 anni. Li terrò la settimana dal 22 al 26 giugno e quella dal 20 al 24 luglio. Quella di giugno credo che sia già piena, mentre per quella di luglio ci sono ancora dei posti.
 

Per tutte le info scrivete a edu@museowow.it .

martedì 13 maggio 2014

Dopo Artmaysound

Il weekend scorso sono stato ospite di ArtMaySound a Bolzano.

Ecco qualche foto:

 Prima di partire, una visitina allo studio di Claudio Sciarrone e Elisa Braglia.

 Al Museion di Bolzano mi trovo paperizzato nella mostra di Sciarrone.

Io e Claudio abbiamo tenuto un incontro con i bambini, e questo è uno dei risultati.


Un ritratto di cui vado particolarmente fiero.

martedì 11 febbraio 2014

Topolino e pan poss

Quand'ero bambino, non è difficile immaginarlo, leggevo un sacco di fumetti. Soprattutto Topolino, e soprattutto la sera dopo cena.

Succedeva spesso che a una certa ora mi venisse di nuovo fame. Forse l'esaltazione per le storie che leggevo in qualche modo acceleravano il mio metabolismo.

Così andavo a leggere sul tavolo della cucina, e mia madre mi dava da sgranocchiare il pan poss - che in milanese è il pane raffermo - avanzato dal giorno stesso o dal giorno prima.

Il pane -- un'altra passione ereditata da mio padre insieme a quella per i fumetti.

Per qualche motivo mi piaceva molto sgranocchiare pane raffermo mentre leggevo Topolino. Può darsi che mi piacesse l'idea di cibarmi di un pasto così povero mentre nutrivo la mente. I fumetti erano l'unico condimento che ci volevo su quel pane.

Era quasi un rito ascetico. Un pasto frugale che invece di appesantire mi faceva sentire più energico, vivo.

Ricordo che se andavo a riaprire fumetti letti tempo prima spesso ci trovavo dentro briciole di pane (sarei stato la nemesi di qualsiasi collezionista).

Ancora oggi mangiare pane raffermo mi riporta con la mente all'esaltazione, alla fantasia, all'avventura, all'esuberanza che trovavo tra quelle pagine.

Probabilmente ogni volta che scrivo storie per Topolino dovrei sgranocchiare ancora un po' di pan poss, per riassaporare quelle emozioni uniche che provavo da bambino leggendo le storie scritte da altri.


giovedì 5 dicembre 2013

Educare alla narrazione


Recentemente mi è capitato di fare degli incontri sula narrazione con ragazzini di prima media.

Di solito negli incontri parlo di fumetti o di sceneggiatura, ma in questo caso si parlava di narrazione in generale, e abbiamo anche inventato una storia insieme.

E una volta di più mi sono reso conto di una cosa in sé piuttosto banale ma a cui pochi pensano, cioè di quanto importante sia educare i ragazzi alla narrazione. Non è un lusso, è una necessità per la formazione di una persona.

Perché imparare ad analizzare e a raccontare una storia significa capire il mondo esterno e saper raccontare il proprio mondo interiore.

Significa imparare a spiegare e a spiegarsi.

Perché capire come si struttura una storia, mettendo nel giusto ordine gli eventi importanti ed eliminando tutto ciò che è superfluo, significa aiutare gli altri a capirti, in qualsiasi ambito.

Se devo fare una denuncia in Polizia e devo spiegare come sono avvenuti i fatti. Se devo fare un colloquio di lavoro e spiegare in poche parole qual è la mia storia professionale. Se voglio far capire a una ragazza che mi piace quello che ho dentro senza che questa si suicidi per noia. Se devo spiegare a un idraulico/elettricista/tecnico pc qual è l'inconveniente da aggiustare e come è avvenuto il guasto.

Saper raccontare una storia significa avere una forma mentis condivisa e condivisibile. Per quanto complessi possiamo essere dentro, ci sarà sempre un modo per raccontarci.

Sempre che qualcuno ce l'abbia insegnato.


Immagine: © 1970 Gail E. Hailey


mercoledì 11 luglio 2012

Pico special


E' in edicola "Focus PICO speciale Fiabe e filastrocche".

Al suo interno trovate ri-pubblicate le mie storie "Che cos'è Bibo?" e "Un monte di gelato".

Buona lettura (soprattutto ai vostri figli e/o nipoti)!

martedì 19 giugno 2012

Focus Pico di giugno



Sono in enorme ritardo per segnalare che su Focus Pico di giugno (lo trovate in edicola) c'è una mia storia dal titolo "Il pirata Carlos".

Se avete dei bambini piccoli è la lettura giusta per la loro estate!

Buon divertimento!

martedì 27 settembre 2011

Bonelli

Che cosa significava per me "Bonelli" da ragazzino?

Durante l'anno, l'unico momento veramente entusiasmante della mattinata era fermarsi all'edicola di fianco alla fermata dell'autobus che mi portava a scuola, e vedere che cos'era uscito di nuovo e interessante (soprattutto di Mister No o Dylan Dog). Poi dopo si andava a scuola, quindi andarci leggendo un po' di splatter non mi dispiaceva.

Durante le vacanze, insistevo con i miei per andare io tutte le mattine a comprare il giornale e il latte, perché quel negozietto in cima al paese era l'unico ad avere fumetti. Ci passavo tutta la mattinata: magari compravo un solo albo (la mia paghetta era limitata) ma ne leggevo metà sfogliandoli di nascosto dentro il negozio. Ormai i proprietari mi conoscevano e mi lasciavano fare.

Ecco, mi rendo conto che tanti colleghi l'hanno conosciuto bene e sono stati suoi amici, e sicuramente loro avranno più diritto di me di parlare e dispiacersi della scomparsa di Sergio Bonelli.

Ma credo di avere comunque diritto di sentire un vuoto e raccontare ciò che Sergio era per me. Quando da ragazzino ero appassionato di Mister No, per me era una specie di idolo atipico, un esempio da seguire. Ero (e sono) molto sensibile alle ingiustizie, detesto il razzismo, cerco sempre una visione non conformista delle cose, ritengo che la Libertà sia il nostro valore più prezioso. Perciò mi sentivo molto vicino a Mister No, e come tutti sanno c'era molto di Sergio in Mister No.

Perciò lo ritenevo un po' mio amico. Uno che - se scriveva quelle storie - sarebbe stato (almeno lui) in grado di capire come mi sentivo, se avessi avuto modo di conoscerlo di persona.

Era come se tramite Mister No, Sergio fosse un po' un mio zio senza saperlo. Quegli zii fighi che vanno in Amazzonia e hanno un sacco di cose da raccontare. E' stato zio di tantissimi ragazzi. Magari lui non ci voleva come suoi nipoti, ma non importa.

Poi ebbi modo di parlarci, ma in situazioni troppo caotiche per andare oltre le poche parole di circostanza. E poi ammetto che mi sentivo abbastanza in soggezione.

Perciò per quanto riguarda Bonelli, il mio punto di vista non è quello di "collega", ma di lettore, non è quello di un amico, ma di uno che come tantissimi altri avrebbe voluto essergli amico. E chi mi conosce sa che è la pura verità.

giovedì 7 luglio 2011

Pinocchio 130!

Oggi Pinocchio compie 130 anni!

Che dire su Pinocchio che non sia già stato detto, se non che resta una delle più grandi storie mai scritte?

Io personalmente sono molto legato a questa edizione illustrata da Jacovitti.


E anche a questa canzone:


Buon compleanno, burattino senza fili!

lunedì 4 luglio 2011

Ciò che ho imparato (credo)

Ecco qualcosa che ho imparato - o credo di aver imparato - dallo scrivere per l'infanzia.

L'errore che si fa spesso in questo campo e di cui si è già tanto discusso, è quello di considerare i bambini dei poveri scemi che non sono in grado di capire delle storie un po' più complesse di "Pierino fa la cacca, scivola sulla propria cacca, cade nella cacca, si sporca la faccia di cacca. Ah ah che ridere."

La mia percezione invece è che i bambini abbiano semplicemente un altro modo di comprendere le cose, se vogliamo più elementare, ma di cui bisogna tenere conto.

Gli adulti hanno - in teoria - gli strumenti per comprendere storie con un livello di complessità logica più avanzato. Strumenti che i bambini, per questioni di "esperienza della vita", ancora non hanno.

Essi hanno però un enorme e innato bagaglio emotivo già forte, che è il vero strumento che hanno a disposizione per comprendere ciò che viene loro raccontato. Ecco perché quando si scrive per l'infanzia è meglio puntare sulle emozioni.

Non è che i bambini non capiscano, è che non capiscono quando il ragionamento non è accompagnato da un portato emotivo in grado di "tradurre" la vicenda nel loro "linguaggio".

Per questo quand'ero piccolo non amavo i gialli... mentre me ne sono appassionato da adulto. Ed è per lo stesso motivo che se scrivo storie poliziesche indirizzate ANCHE all'infanzia, cerco di mantenere il focus sulle emozioni dei protagonisti, le motivazioni intime di chi ha commesso un crimine, le implicazioni per chi lo ha subito, eccetera. Se il bambino non comprenderà tutti i passaggi del poliziesco, c'è il sostrato emotivo che sorregge la storia e che permette anche ai più piccoli di goderne.

A differenza degli adulti, i bambini non hanno la pretesa di capire TUTTO ciò che vedono-leggono.

Fornire loro un prodotto perfettamente "digerito", con gli elementi per comprendere ogni singola virgola, è un'operazione sterile. Il bambino per definizione ha bisogno anche di qualcosa difficile da comprendere. Qualcosa per cui deve sforzarsi, far lavorare il cervello. Non si impara niente senza un minimo di sforzo. Ovviamente non si può proporre loro storie in cui dovranno sforzarsi dall'inizio alla fine, ma un minimo sforzo di concentrazione non solo è possibile, ma auspicabile. Troppo spesso oggi i ragazzi si aspettano che tutto sia già pronto e facile, che non debbano fare nessuno sforzo, invece bisogna educarli a impegnarsi, a capire quanto ci si arricchisce nella fatica, quanta soddisfazione si trae dalla "conquista" di una nuova conoscenza. Non è un discorso da "sceneggiatore pigro", è proprio con questo sistema che io stesso ho imparato tante cose da piccolo, anche solo passando giorni interi sopra Topolino quando ancora non sapevo leggere.

E ci vuole più fatica a "selezionare" le informazioni adatte ai più piccoli, nuove ma non irrangiungibili, piuttosto che fornire loro qualcosa di pre-digerito.

La componente emotiva, quindi. Se sapere come gli adulti fruiscono le storie è solo relativamente utile per saper scrivere per l'infanzia, al contrario sapere come "funziona" la fruizione dei bambini è utile anche scrivendo per gli adulti. Perché quella componente emotiva che ci caratterizza da piccoli non è mai del tutto sopita. E' quindi utile saper utilizzare (senza strafare) questo ingrediente "emotivo" anche quando si indirizza le proprie storie ai più grandi.

E' il classico esempio dei "più livelli di lettura", utile per quando si scrive "per tutti", o "per le famiglie": da una parte una complessità logica in grado di accattivare anche gli adulti, dall'altro una ricchezza emotiva che sappia rivolgersi anche ai bambini.

E' ovvio che, se non bisogna fornire prodotti pre-digeriti ai bambini, da un altro punto di vista non bisogna pretendere che capiscano tutto del mondo degli adulti e si comportino come noi, e questo riguarda non solo le storie, ma un po' tutto ciò che viene presentato ai piccoli.

Si dice spesso (ed è vero, penso) che i ragazzi oggi sono più svegli di come eravamo noi. Capiscono in fretta, si comportano da adulti, sono dei maghi con la tecnologia. Insomma, dei cervelloni.

Eppure - e qui parte la filippica socio-culturale - questo non combacia con la maturazione di una persona. Essere più "svegli", saper fare ragionamenti complessi, è solo una parte della crescita di una persona. Spesso mi capita di notare ragazzi molto svegli sul piano razionale, ma totalmente fragili dal punto di vista emotivo. Quando si tratta della teoria, di qualsiasi campo si parli, sanno tutto. Ma quando si passa alla pratica, non sono capaci di gestire la minima frustrazione e crollano alla prima difficoltà. Pretendono che sia il mondo a venire loro incontro, come se fosse loro dovuto, e quando scoprono che è l'esatto contrario, che il mondo ti passa sopra con lo schiacciasassi e non torna indietro neanche per vedere come stai, allora diventa una tragedia.

Parlo solo di una parte dei ragazzi, ovviamente non parlo per tutti. Però è una tendenza forte che ho notato negli ultimi anni.

E noi che scriviamo storie per loro abbiamo la nostra responsabilità.

giovedì 16 giugno 2011

L'Albero Azzurro

Ormai è ufficiale, quindi posso annunciarlo: uno dei nuovi lavori televisivi di cui parlavo poco tempo fa consiste nella mia partecipazione in veste di autore per il programma "L'Albero Azzurro" di RaiDue.

Per chi non lo conoscesse, si tratta di uno show con pupazzi e attori indirizzato ai bambini in fascia pre-scolare.

Programma divertente e istruttivo di cui vi consiglio la visione, soprattutto se avete bambini dai 3 ai 6 anni!

L'Albero Azzurro va in onda tutti i giorni su RaiDue, dal lunedì al venerdì alle 8 del mattino.

Buona visione!

lunedì 16 maggio 2011

INFANTasie


Quand'ero piccolo, mi perdevo spesso nelle fantasticherie.

Mi sedevo per terra in cameretta, prendevo i miei giocattoli, ad esempio i Masters, li disponevo sul pavimento e invece di farli davvero interagire tra di loro immaginavo le avventure che potevano vivere insieme. Un osservatore esterno avrebbe visto solo un bambino seduto per mezz'ore a osservare i suoi giocattoli senza fare niente. Mi stupisco che i miei genitori non mi abbiano mandato a fare una visita per l'autismo.

E passai buona parte dell'infanzia così, a fantasticare e immaginarmi storie inesistenti. Tecnicamente si chiamava "avere la testa fra le nuvole".

Chi l'avrebbe mai detto che un giorno quel vizio di fantasticare sarebbe diventato un lavoro, che le fantasticherie le avrei messe nero su bianco e che sarebbero diventate fumetti, racconti, cartoni animati?

mercoledì 22 dicembre 2010

Lego folies


Da piccolo mi piaceva giocare col Lego ma ero totalmente negato a costruire alcunché. Guardavo con una certa invidia la casa di tre piani con ascensore costruita da mio fratello, mentre io mi limitavo a mettere un omino su una piattaformina con le ruote, e dire che "andava in macchina".

A parte la mia incapacità in tale gioco, bisogna ammettere che col Lego si possono fare un sacco di cose!

In rete si trovano diverse personaggi, copertine, scene famose riprodotte coi Lego.

Le cose più belle che ho trovato sono senz'altro la copertina di "Abbey Road" dei Beatles...


...e soprattutto la riproduzione di ALAN MOORE!

domenica 19 dicembre 2010

Focus Pico n° 34


Imperdonabile dimenticanza: su FOCUS PICO n°34 di dicembre trovate il raccontino "La volpe poco furba" scritto dal sottoscritto (perdonate il bisticcio verbale) e disegnato da Valentina Valentini e Luca Maggi.

Buona lettura!

venerdì 19 novembre 2010

Inception reloaded


Stavo facendo una riflessione accessoria sul film "Inception" di Chris Nolan.

Il regista secondo me, come già ha fatto con "The Prestige", ha cercato di fare una riflessione meta-narrativa e di dirci come funziona secondo lui una storia, come si fa a far passare un messaggio attraverso la narrazione.

Lo racconta quando i protagonisti discutono su come innestare un'idea in una vittima.

Prima di tutto l'idea dev'essere molto semplice e immediata.

Poi se l'enunciazione è positiva è più efficace rispetto a un'idea negativa. Nel caso specifico i protagonisti invece di dire alla loro vittima "non portare avanti l'impero industriale di tuo padre", decidono di fargli pensare "voglio creare qualcosa di mio", portandolo anche a riconciliarsi con la figura paterna piuttosto che ad arrabbiarsi ulteriormente con lui.

Questo funziona per qualsiasi idea. Per fare un esempio banalissimo, in una storia piuttosto che "non inquinare" funziona di più il messaggio "rispetta la Natura". E così per qualsiasi messaggio anche socialmente impegnato che volessimo comunicare in una nostra storia. E' un meccanismo psicologico innato nell'uomo, fin dall'infanzia: se si dice a un bambino "Non correre", la cosa a cui penserà istintivamente è la parola "correre", purtroppo la negazione raramente funziona. E se funziona il bimbo crescerà un po' frustrato per tutte le negazioni cui si è abituato a sottostare. Molto meglio (non lo dico io, ma gli psicologi) dire a un bambino "vai piano", quindi. Poi mi rendo conto che fare il genitore non è certo facile, ma qui sto divagando.

Altra riflessione importante riguardante la comunicazione di un messaggio allo spettatore o lettore, riguarda il COME: attraverso i vari "livelli di sogno" prima comunicano l'idea alla vittima, la presentano non come un'imposizione ma come una semplice "possibilità", un'eventualità su cui riflettere. In un secondo tempo investono questa idea di una carica emotiva in modo che la vittima si convinca dell'importanza di essa.

Lo stesso vale per le storie che scriviamo. Se il messaggio dev'essere "rispetta la Natura", dobbiamo far vedere prima il mondo inquinato, poi presentare la possibilità di rispettare la Natura, infine far sì che il nostro protagonista sia emotivamente colpito dal tema della storia e del messaggio. Ad esempio all'inizio è uno che se ne frega, inquina a più non posso nonostante sua moglie gli dica continuamente di non farlo, e anzi la prende in giro per le battaglie ecologiche di lei. Poi però la stessa moglie rimane uccisa per aver bevuto acqua contaminata dai residui lasciati nel terreno da un ex impianto chimico, per cui il protagonista si sente in colpa per essersene sempre fregato e lo scopo della sua vita diventerà far bonificare l'area chimica e creare un parco che intitolerà alla persona che amava. E in tutto questo verrà anche incriminata la società dell'impianto chimico negligente, giusto per gradire. Così, il messaggio "rispetta la Natura" viene investito da una carica emotiva interna al personaggio con cui ci immedesimiamo, e raggiunge più profondamente lo spettatore, piuttosto che gridargli in faccia sterilmente che non bisogna inquinare.

Ma la riflessione vale non solo per le storie, il cinema, ecc. Va estesa a qualsiasi tipo di messaggio: quelli veicolati dalla pubblicità, o dalla politica ad esempio.

Insomma, questo "Inception" si è dimostrato una miniera di riflessioni narrative!

martedì 26 ottobre 2010

Rodari e Il Giornalino


Il Giornalino ha pubblicato una storia per commemorare il grande poeta-scrittore-giornalista Gianni Rodari, nonché una sua lettera inedita. Chi mi conosce sa quanto io ami le sue filastrocche. Recentemente ho anche pubblicato la mia prima filastrocca (eccezion fatta per quella che scrissi a 9 anni) su Focus Pico, come umilissimo omaggio al genio di Rodari.

Ebbene, parliamo di un autore i cui libri - essendo lui di sinistra - venivano osteggiati dalla Chiesa e a volte perfino bruciati negli oratori. Libri che i miei genitori ma non solo mi facevano leggere con piacere.

Un autore che oggi viene celebrato dal giornale per l'infanzia delle Edizioni Paoline, di impronta cattolica.

Lo stesso giornale che pubblica autori che stimo come Fabrizio Lo Bianco, Bruno Olivieri, Luca Usai.

Lo stesso che continua imperterrito a pubblicare il geniale-pazzoide-poetico Pinky.

E ah, Sergio Toppi, tanto per gradire.

Non c'è che dire, la mia stima nei confronti di questo giornale è in costante crescita.

Perché c'è qualcuno che per fortuna è - credo - ancora convinto che avere un'impostazione religiosa non significhi per forza saltare addosso agli infedeli col machete, ma che si possa esserlo tollerando e anzi facendosi arricchire dalle esperienze e opere di chi non la pensa allo stesso modo ma che - come faceva Rodari - non era solito imporre la propria opinione, se non con la semplicità del proprio genio poetico.
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EDIT: in questo numero si trovano anche nientepopò di meno che una storia di Lucky Luke scritta da Pennac e la dispensa "Conoscere insieme" sulla storia del rock, con Mick Jagger in copertina! E dentro parlano di Led Zeppelin, Iron Maiden, AC/DC, Ramones! Non c'è più religione!

Da segnalare anche il sempre ottimo fumetto a strisce Ippo.it.

martedì 12 ottobre 2010

Il Sogno della Farfalla #1


Per chi mi conosce non è un segreto che tra le mie recenti collaborazioni ci sia anche la ReNoir Comics.

Una piccola casa editrice che ha senza dubbio dei pregi: oltre a pagare (a differenza di altre entità editoriali), mi ha omaggiato di alcuni volumi da recensire. Con una condizione: di avere ovviamente la libertà di essere sincero e criticare anche negativamente laddove necessario.

Non è comunque il caso del primo volume che ho letto, che a parte qualche riserva ho gradito molto.

Si tratta del primo volume de "Il Sogno della Farfalla", in uscita credo tra un paio di settimane, di Richard Marazano e Luo Yin. Sceneggiatore francese e disegnatrice cinese.

Nella storia abbiamo a che fare con Tutù, un'orfana che si perde e finisce in una città abitata da soli animali antropomorfi (più qualche robot...), governata da un misterioso imperatore e da una polizia segreta di conigli (!). In questo posto gli umani, in particolare i bambini, sono fuorilegge. Tutù sarà quindi costretta a lavorare come operaia in una sorta di centrale elettrica in cui l'energia viene fornita da milioni di criceti che corrono sulle loro ruote. Qui fa conoscenza con un panda antropomorfo. Nel frattempo fa amicizia anche con un gatto parlante (animale a tutti gli effetti, non antropomorfo), che le svela come l'unico a poterla aiutare a tornare nella propria terra sia l'Aquilone, un misterioso rivoluzionario ricercato dalla polizia. In tutto questo, scopriamo anche che esiste un gruppo di bambini umani che vivono nelle fogne (molto francese!), e inoltre che Tutù per poter tornare a casa dovrà trovare una particolare farfalla.

Questo avviene in 48 pagine magnificamente disegnate. Le atmosfere riescono a fondare molto bene la plasticità del disegno asiatico con la poetica "molto francese" di Marazano. Il tutto ha dell'onirico, dell'infantile (in senso positivo), e non manca il buffo o addirittura grottesco.

Non manca qualche aspetto negativo: questo primo volume sembra a tratti poco chiaro, come se alcuni passaggi logici non fossero del tutto consequenziali. Si ha quasi l'impressione che Marazano sia preso dall'ansia di non svelare troppo e di lasciare il lettore nell'insicurezza e nella voglia di saperne di più. Il che sarebbe sicuramente positivo se il secondo volume fosse in uscita dopo due mesi, ma si sa, solitamente non è così coi volumi francesi. [EDIT: mi dicono invece che il prossimo volume potrebbe essere in uscita già a inizio 2011.] Dopo la prima lettura si ha l'impressione che ci sia poca sostanza, ma poi ripensandoci ci si accorge che sono state gettate le basi per un universo complesso, da cui possono dipanarsi trame molto interessanti. Non si può dire però che Marazano si sprechi troppo nell'essere esplicativo, in particolare coi primi dialoghi.

In definitiva: lo stile di disegno è superbo, poetico, e la storia non è da meno. Consiglio vivamente l'acquisto anche se solo con questo primo volume, che getta le basi della storia più che svolgerla, non si può giudicare davvero la qualità dell'opera.

Si può dire che potenzialmente è una gran bella storia, ma che lo scopriremo del tutto solo più in là. Vi consiglio però di fare vostro questo volume, che dà comunque tanti spunti per far viaggiare la fantasia, e che è una delizia per gli occhi.

Una delle cose migliori è la "trasversalità" del "target" (ma come scrivo?!): l'opera è adatta sia agli adulti che ai piccoli. Se avete dei figli mi permetto di darvi questo consiglio: comprate il volume appena esce, tenetelo da parte (magari leggetelo di nascosto), e a Natale regalatelo al vostro piccolo erede. Vedrete che non ve ne pentirete.

Buona lettura!

lunedì 27 settembre 2010

Pino!


Un mio amico mi ha fatto sapere che la sua nipotina ha pronunciato la sua prima FRASE.

Consisteva in: "IO LEGGE PINO!"

Che significa "Io leggo Topolino", perché a quanto pare la bimba stava leggendo un numero del settimanale Disney su cui c'è una mia storia!

Queste sì che sono soddisfazioni!

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Sito Ufficiale della Campagna Nazionale Giu Le Mani Dai Bambini