mercoledì 8 aprile 2009

Jeff Beck


Con dieci colpevoli anni di ritardo, ho scoperto "Who Else!" e "You Had it Coming", dischi strumentali di Jeff Beck rispettivamente del 1999 e del 2000.

Non sono mai stato un fan sfegatato di Jeff: ne riconosco il grande valore storico come chitarrista e compositore, ma come stile ho sempre apprezzato di più i suoi vecchi "compagni di merende" degli Yardbirds Page e Clapton.

Questi due dischi sono un po' un esperimento per uno che negli anni '60 era già uno dei più grandi chitarristi al mondo. Uniscono infatti il suo solido stile rock-blues con basi elettroniche e campionamenti. C'è da dire che JB ha spesso avuto un immaginario legato a ciò che era la "meccanica", i motori, l'industria, di cui a suo tempo anche il blues era a suo modo espressione musicale.

Verrebbe da pensare che questi album siano il disperato tentativo di una cariatide di adeguarsi alla modernità, se non fosse che uno come Jeff Beck non ha più niente da dimostrare e se volesse potrebbe tranquillamente adagiarsi sul suo collaudato bluesettone continuando a riscuotere consensi dai suoi ormai attempati fan. Ma JB è sempre stato uno aperto alle novità e alle sperimentazioni, e non sarebbe dov'è ora se così non fosse.

I due dischi sono molto validi. Le basi drum&bass, dovendo affiancarsi ai riff di JB sono ovviamente meno pesanti di quelle di gente tipo Prodigy (che, se volessi trovare un equivalente "analogico", paragonerei a qualche gruppo thrash metal).

Sebbene da un punto di vista melodico/armonico "Who Else!" sia più ricco di "You Had it Coming", il secondo è indubbiamente più "compatto" e "organico". "WH" infatti probabilmente risente ancora dello status di "esperimento". I primi due pezzi "What Mama Said" e "Psycho Sam" sono molto validi, ma poi l'esperimento viene interrotto da un - seppur piacevole - blues classico ("Brush with the Blues"), e il resto dell'album si attesta su di un più "ordinario" rock chitarristico sorretto dalla drum machine. Una cosa alla Satriani, se vogliamo. Col senno di poi, si ha quasi l'impressione che i primi due pezzi più "di rottura" servano per far digerire maggiormente la drum machine dei pezzi successivi, per un artista che si era abituati a sentire suonare con strumenti analogici e musicisti in carne e ossa. Solo con "THX138" si torna a sonorità maggiormente "tecnologiche".

L'album "You Had it Coming" invece ha il pregio di spostarsi su un terreno maggiormente "industriale" e allo stesso tempo più blues, con schitarrate di forte impatto e ritmiche coinvolgenti. Il brano che rispecchia di più lo spirito di questo album è "Roy's Toy", con quei rombi di motore campionati. Ma anche pezzi come "Nadia", "Loose Cannon" sono originali e di felicissimo ascolto. Il primo è un brano romantico che "si lascia trascinare" dalla ritmica veloce ma leggera, con un curioso effetto "volatile". Il secondo invece, come altri pezzi, si avvale di un gran bel riff con la chitarra accordata più bassa della norma dando quella stimolante impressione di base solida e ruggente, mentre il refrain ha un sapore orientale e immaginifico.
L'atmosfera generale dell'album è molto ispirante per uno sceneggiatore come me, che a ogni nota di questo disco si vede dipanare davanti agli occhi ora deserti polverosi, ora pericolosi sprawl di cemento, ora officine pregne di clangori metallici.
Forse alcuni pezzi sono un po' troppo semplici: un paio di riffoni blues inframmezzati da qualche campione e via, per una lunghezza media di 3 minuti per canzone, quando la lunghezza dei pezzi del precedente si attestava sui 5/6 minuti (un po' come i suoi vecchi pezzi pieni di assoli infiniti degli anni '60/'70). Alle volte, con questo "YHiC" si ha l'impressione di trovarsi davanti a una colonna sonora o una compilation di basi da promo tv. Però il prodotto è veramente di piacevole ascolto, con alcuni guizzi davvero notevoli. Non per niente in questo disco c'è anche lo zampino di Jennifer Batten, tecnicissima chitarrista di Michael Jackson.

Insomma, due dischi veramente validi, in particolare il secondo, e forse l'unica cosa di cui si sente davvero la mancanza sono i brani cantati: l'unico è il bel blues "Rollin' and Tumblin'" di Muddy Waters.

In generale però si avverte una specie di (meritevole) continuità con gli altalenanti esperimenti di "blues elettronico" inaugurati negli anni '80 dai ZZ Top.

3 commenti:

Giangidoe ha detto...

Quindi immagino che sia pericoloso chiederti cosa pensi di BUGO, che di Beck dicono fosse inizialmente la "copia carbone".
Sempre ammesso che sia QUESTO l'unico Beck di riferimento in musica (io non l'ho mai ascoltato, quindi davvero non saprei...)

Giorgio Salati ha detto...

Argh! Giangi, 3 in Storia della Musica!

QUEL Beck di cui parli non c'entra niente con Jeff Beck! Il primo è un cantante americano diventato famoso a metà anni '90, mentre Jeff Beck è un chitarrista inglese, già famoso negli anni '60 e che ha fatto scuola... giusto per farti un esempio, ha suonato in quegli Yardbirds in cui hanno militato anche Eric Clapton e Jimmy Page (Led Zeppelin) prima che ognuno di loro diventasse famoso... gli Yardbirds sono anche comparsi nel film "Blow-up" di Antonioni del '66...

Direi che se il Beck di cui parli è un musicista interessante, Jeff Beck è una PIETRA MILIARE del rock...

Giangidoe ha detto...

In effetti, lo avevo subodorato.
Ma mi è sembrato giusto non occultare le mie titaniche lacune in ambito musicale (purtroppo, quel poco che so del panorama musciale internazionale va comunque dai Radiohead in poi: mi manca praticamente quasi TUTTO il resto).

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