venerdì 27 novembre 2009

Eroi sul lettino


Sarebbe interessante "psicanalizzare" un pochino la nostra ossessione di lettori (e di scrittori) verso i modelli eroici.

Che siano i supereroi, gli eroi Bonelli o Asterix, i nostri idoli molto spesso sono onnipotenti.

E' una componente molto forte del bambino e dell'adolescente, la convinzione di onnipotenza, di non avere limiti. Uno psicologo ve lo saprebbe spiegare bene. E' in questa età che ci identifichiamo fortemente con gli eroi, in grado di compiere qualsiasi impresa, sia che abbiano superpoteri, sia che non li abbiano. Goku, Harry Potter, gli eroi onnipotenti sono innumerevoli.

Poi cresciamo, però restiamo legati ai nostri eroi onnipotenti. E chi non lo resta, magari indirizza questo bisogno verso Dio, un politico, ecc. Nell'età adulta ci si scontra con una serie di limiti che bisogna imparare ad accettare, perciò ci piace tanto crogiolarci nella lettura dei nostri eroi onnipotenti, che ci riportino con la mente alla nostra infanzia o adolescenza.

Ci sarebbe da chiedersi: è sano, tutto questo? E' normale? Me lo chiedo da fan appassionato di eroi fumettistici che piuttosto che rinunciare a uno di essi si farebbe appendere per i peli del naso a un cavalcavia. Sono più felice con essi che se fossi psicologicamente la persona più equilibrata e completa del mondo. Ma in questo momento sto provando a vedere la questione dal punto di vista puramente analitico.

Avere degli eroi invincibili come modello durante infanzia e adolescenza è giusto e utile, oppure ci lascia un'idea illusoria della vita, in cui si può vivere senza avere limiti?

Lo dico perché spesso riscontro in me e in tante persone che conosco una grossa fatica nell'accettare i limiti della vita, e l'illusione di poter essere onnipotenti, di poter controllare qualsiasi cosa.

Poi però ci sono i grandi autori. Ecco che arrivano allora "Il ritorno del Cavaliere Oscuro", "The Killing Joke", "The Watchmen", e il fumetto diventa adulto. I supereroi scoprono di non essere affatto onnipotenti, e di avere un sacco di limiti. E' una sofferenza all'inizio, ma in un certo senso è anche un sollievo. Non c'è la possibilità di essere onnipotenti, ma non se ne ha nemmeno la responsabilità, o l'altrui aspettativa.

Così, a mio vedere, se i primi Superman & compagnia erano l'infanzia dei supereroi, l'Uomo Ragno negli anni '60 ne ha costituito l'adolescenza e "Watchmen" l'età adulta.

Idem per il fumetto Bonelli: se Tex e Zagor erano l'infanzia, Dylan Dog ne è l'adolescenza e personaggi più "problematici" come Nathan Never ne sono l'età adulta.

Una mia interpretazione, forse un po' fantasiosa, in cui però qualcuno magari ci si ritroverà.

Perciò, in conclusione?

Be', in conclusione evviva gli eroi di carta, soprattutto quando hanno "superproblemi": che ci facciano scoprire la normalità di un atto eroico, e l'eroicità della normalità.

1 commento:

Giangidoe ha detto...

Analisi suggestiva.
Si potrebbe vedere lo stesso percorso per epoche anche nella serialità televisiva, per lo meno.

Sarà il periodo, ma anche io ho riflettuto sui "pericoli dell'idealizzazione" nel mio ultimo post. Anche se partendo da presupposti e punti di arrivo un pò differenti...

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