martedì 9 luglio 2013

Politica editoriale

Voglio farvi una domanda, e non è una domanda retorica.

Secondo voi, se un autore dichiara pubblicamente le proprie opinioni politiche, danneggia la casa editrice o le case editrici per cui lavora? O influenza la percezione dei personaggi e delle testate per cui scrive?

Personalmente credo che le opinioni di un autore siano altro da quella che è la sua opera, soprattutto se l'autore lavora per un editore "commerciale".

E' chiaro che la visione politica di un autore non viene espressa - non palesemente almeno - attraverso le storie di Topolino o di Dylan Dog, di Diabolik o dell'Uomo Ragno, su cui lavora.

Altrimenti, probabilmente i miei autori Disney preferiti non sarebbero Barks e Scarpa, che pare fossero conservatori. Ancora di meno poi apprezzerei Frank Miller.

E' chiaro che dalla lettura di una mia storia usciranno anche, consciamente o inconsciamente, i valori in cui credo. Ma so di avere valori in comune con persone che hanno opinioni politiche diametralmente opposte alle mie.

Personalmente ho sempre pensato di avere il diritto di esprimere in piena libertà le mie opinioni, e che questo non danneggi le case editrici o di produzione per cui lavoro, visto che io lavoro per loro, ma non li rappresento. Magari il presidente della Walt Disney Company avrà il cruccio di ponderare molto ciò che afferma, visto che decide lui la politica editoriale. Ma io sono solo un autore che lavora per un committente. Naturalmente Paperino e Topolino non esprimeranno mai le mie opinioni politiche più legate alla nostra realtà locale, quanto piuttosto valori universali come l'amicizia, l'altruismo, eccetera. Se fossi un autore che vuol far fare dichiarazioni politiche a Topolino, di certo la Disney non mi commissionerebbe le storie, e chiaramente farebbe bene. E io sarei stupido, se pensassi di fare una cosa del genere.

Ma, al di fuori del mio lavoro per le case editrici che mi affidano personaggi - che io tratto con cautela - ho sempre pensato che le mie opinioni politiche siano libere di poter essere espresse. E nessun committente mi ha mai chiesto di censurarmi, al di fuori del lavoro che faccio per lui.

Però ultimamente è capitato che Alfredo Castelli, creatore del mitico Martin Mystère, abbia espresso la sua opinione sul Corriere della Sera, in merito al Movimento 5 Stelle. QUI trovate l'articolo.

L'intervento ha incontrato il favore di molti, soprattutto tanti autori di fumetti. Quasi che ci fosse stata una liberazione. Come se nessuno se la sentisse di dichiarare apertamente le proprie opinioni politiche, finché finalmente è arrivato uno dei "guru" del fumetto italiano e ha fatto il gesto per primo.

Non sono mancate però le polemiche. Anche perché il quotidiano ha subito sensazionalizzato l'articolo, intitolandolo "Martin Mystère contro Grillo". Naturalmente l'opinione di Castelli è qualcosa di diverso da quello che è un personaggio come Martin Mystère. Né tantomeno l'opinione espressa poteva essere attribuita alla Bonelli.

Case editrici come Bonelli, Disney, Marvel, ecc., vogliono mantenere un profilo neutro dal punto di vista politico, e fanno bene. Non si può pensare di rivolgersi a un pubblico generalista schierandosi politicamente. Nelle loro storie vengono veicolati molti "valori", una determinata visione del mondo è comunque espressa, ma si tratta di qualcosa che travalica la mera partigianeria.

Ecco però che c'è chi ha criticato Castelli, perché non avrebbe dovuto dichiarare apertamente la sua opinione politica (tra l'altro non dicendo "voto per questi", ma dicendo "non mi piace il leader di quel movimento politico"), perché questo danneggerebbe la Bonelli.

Sinceramente mi sembra poco verosimile. Per quanto Castelli sia un "veterano", in Bonelli lavorano centinaia di autori, ognuno con la propria opinione, e pensare che ognuna di queste debba influenzare l'immagine della casa editrice, non mi pare sensato.

Per non parlare di autori come Recchioni o Manfredi, che raramente si censurano quando si tratta di esprimere un'opinione. Eppure anche loro sono autori importanti per la Bonelli, e non credo che nessuno penserà di identificare le loro dichiarazioni con i personaggi di cui si occupano.

Ma le critiche in tal senso mi hanno fatto riflettere, perciò rimando a voi la domanda: dichiarazioni politiche degli autori possono danneggiare le case editrici per cui lavorano?

E il fatto allora che Letta sia fan di Dylan Dog, avrà qualche conseguenza sulla testata?


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