lunedì 31 gennaio 2011

Architetti


Non sono il primo a sostenerlo: il lavoro dello sceneggiatore è simile a quello dell'architetto.

La tua storia dev'essere esteticamente accattivante, e ognuno ha la sua estetica. C'è chi scrive storie paragonabili al razionalismo sovietico, chi le scrive che pare Gaudì.

Ma prima dell'aspetto estetico va curata la struttura. Noi non abbiamo Autocad, ci basta Word o Final Draft, ma anche noi dobbiamo controllare che la struttura portante regga, calcolare quali spinte esterne possono incidere e far crollare tutto. Bisogna controllare che la struttura sia solida, scarichi le forze cui è sottoposta, ma contemporaneamente assolva al suo compito: un ponte può essere solidissimo, ma se la sua campata non porta da una riva all'altra di un fiume, non serve a niente!

Bisogna calcolare gli imprevisti, i terremoti, correggere gli errori di calcolo, assicurarsi che una storia regga col tempo esattamente come un ponte.

Se un edificio crolla per imperizia dell'architetto è un crimine che uccide delle persone. Nel nostro caso se una storia crolla non muore nessuno, però spezzi il legame che avevi col tuo lettore o spettatore.

E per strutturare una storia o un'architettura bisogna aver studiato almeno un minimo le architetture pre-esistenti, capire come hanno fatto gli altri a risolvere determinati problemi.

E poi, dopo aver strutturato una storia, si può dare libero sfogo all'estetica, purché non vada a inficiare la struttura. Magari ci vorresti mettere tante arcate barocche, ma in un autosilo potrebbero non essere molto adatte. Magari vorresti che il tuo protagonista facesse un excursus sull'incidenza dell'antica astronomia cinese sul calendario zoroastriano, ma se il tuo protagonista è un mandriano dell'Arizona forse non ti conviene, a meno che non vuoi creare consapevolmente il personaggio del cowboy forbito.

6 commenti:

Degenerato_al_Massimo ha detto...

Io ormai non guardo più film dalla prima metà degli Anni Novanta; dellla "finzione" ne ho le tasche piene.
A livello di trama è raro riconoscere qualcosa di davvero originale o capace di catturare lo spettatore.
L'antesignano delle trame elaborate e veramente approfondite credo sia stato X-Files; porca miseria, ad ogni episodio delle prime serie s'imparaa sempre qualcosa!
Come "trame disegnate" ricordo che mi prese incredibilmente Neon Genesis Evangelion; vidi casualmente la prima puntata, ma se avessero trasmesso l'intera serie quella sera sarei rimasto alzato fino all'alba per scoprire come finiva! Peccato poi che la produzione vi disinvestì, provocando quei finali a parer mio deludenti (ma lo dico da Italiano che vorrebbe sempre l'happy ending...)
Beh, a mio avviso l'architettura migliore in una qualsivoglia trama rimane quella "alla Tex Willer" il solido ranger dell'Arizona che s'imbatte in antiche piramidi Maya dai geroglifici rappresentanti ufo :-)

Giorgio Salati ha detto...

Mi sembra che tu sia un po' troppo pessimista, in fondo di bei film ne sono usciti un sacco anche dopo gli anni '90, per non parlare delle serie tv: i Soprano, Mad Men, Dexter e molte altre sono dei piccoli capolavori.

Herzog ha detto...

Ma come?! Mi avevi quasi convinto che lo sceneggiatore fosse un mestiere simile allo psicologo e adesso dici che è come fare l’architetto? A questo punto, direi di allargare le similitudini. Ti propongo quelle che piacciono a me. Fare lo sceneggiatore è come fare il cuoco (mettere insieme ingredienti diversi, mescolare e bla bla bla). Oppure, similmente, come fare il pasticcere (ingredienti bla bla bla, torta bla bla bla). Possiamo spingerci ancora più in là. Fare lo sceneggiatore è come fare il marinaio (esplorare il grande mare alla ricerca di nuove terre e bla bla bla). Fare lo sceneggiatore è come fare l’orologiaio (creare e sistemare i meccanismi affinché l’ora - ossia, la storia - risulti sempre esatta). Fare lo sceneggiatore è come fare il muratore, il palombaro, la donna delle pulizie, il domatore di leoni, l’arrotino, il sagrestano, il cercatore di funghi, il cestaio, il portinaio, il conducente di tramvai, il pescatore di cefali. Da non dimenticare il barbiere, la sartina e l’accalappiacani. Quadra tutto. Basta aggiungerci, come direbbe Samuele Bersani, un bel giretto di parole vuote, ma doppiate.
(Il tutto, detto con affetto. Sai che ti voglio bene).

Giorgio Salati ha detto...

Se non mi volevi bene che cosa facevi, mi passavi sopra con la macchina? (per parafrasare Abatantuono)

Comunque l'uso delle metafore non l'ho mai visto come un giro di parole vuote, ma anzi il sale del nostro lavoro.

E in fondo mi sarebbe piaciuto vedere in cosa lo sceneggiatore somiglia al domatore di leoni o all'arrotino.

Perché porre limiti alla fantasia?

Herzog ha detto...

Dài, non prendertela, capellone. Si fa per scherzare e per spezzare un po’ la solitudine a cui il mestiere che facciamo ci condanna.
Quanto alle similitudini che ti incuriosiscono, direi così: che lo sceneggiatore, tal quale al domatore di leoni, deve addomesticare la belva feroce - che è la narrazione - così da renderla pacifica e sottomessa al suo volere.
E, proseguendo l’allegoria, diremo che lo sceneggiatore, similmente all’arrotino, è capace di prendere storie arrugginite e rese dure dal troppo uso e, lisciandole sopra la pietra della propria fantasia, farle risplendere di luce nuova e tagliente.
Ti sono piaciute?

Giorgio Salati ha detto...

"Luce nuova e tagliente"

Oh, adesso sì che ti riconosco!

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