mercoledì 11 marzo 2009

Sceneggiare sotto la doccia


Essendo sia musicista che sceneggiatore, mi è capitato di scoprire una curiosa analogia tra la pratica del canto e la sceneggiatura.

Quando si ascolta un gruppo emergente, capita che se uno solo dei componenti è scarso, molto spesso sia il cantante. Il motivo è semplice: mentre suonare uno strumento è visto come un'attività che chiede applicazione, impegno, anche studio, cantare sembra una passeggiata. Curiosamente, molti sono convinti che chiunque possa cantare. Quando cantano sotto la doccia si dicono "però, sono bravo!". Pare che non sia necessario avere degli strumenti tecnici per porsi sulla scena senza vergogna e pretendendo anzi il successo. E così, ecco non solo i palchi dei locali pieni di cantanti che cacciano urla strazianti da far intorcinare le budella (a parte qualche sparuto applauso dei quattro amici ubriachi stile "che storia, a vederti in ufficio/classe non l'avrei detto"), ma anche in tv se ne sentono di cose raccapriccianti.

Lo stesso tipo di menefreghismo tecnico a volte colpisce il mondo della sceneggiatura. La gente è convinta che chiunque possa scrivere. Se lo fa Cassano, perché non dovrei poterlo fare io? E così, chi è appassionato di fumetti ma non è capace di disegnare - che è quello che vorrebbero fare davvero, ché sono i disegnatori le vere star - allora a volte decide di fare lo sceneggiatore. Perché disegnare è visto come qualcosa di difficile: bisogna studiare, applicarsi, fare la gavetta. Sceneggiare no: le storie le ho già in mente, che ci vuole? Basta mettere giù che Topolino e l'amico suo quello alto che è un cane vanno a giocare a strip poker ma poi muore Zio Peperone (perché i lettori ormai sono cresciuti e si sono rotti che su Topolino non si vede il sesso e gli omicidi) però poi finiscono in un brutto giro di droga e allora c'è Basettoni che insegue a Gambadilegno e poi salta fuori Dilandog che gli passa la pistola Tesviller e per finire Batman scopre che Robin è sempre stato l'Uomo Ragno e poi ci mettiamo una bella battuta alla Rat-Man che io sono capace di scriverle come Ortolani e Faraci messi insieme. Ah, pregasi far disegnare storia a Cavazzano. O, in alternativa, a Alan Miller. No, cioè, Frank Moore... boh, quello di Sendmen, com'è che si chiama?

Insomma, a parte gli scherzi... alle volte saltano fuori robe imbarazzanti basate sulla convinzione non detta che si può sceneggiare anche sotto la doccia. La fan fiction ne è un esempio. Cioè, fino ai 17 anni va bene, per carità.

5 commenti:

Giangidoe ha detto...

Io non l'ho mai pensato, a dire il vero, nè per il cantare che per lo scrivere.
Credo che questa percezione sia direttamente proporzionale a due fattori:
1) L'eccessiva autostima (nella sua versione eufemistica di arroganza e saccenza)
2) Il rispetto verso la creazione d'ingegno e la magia del rapimento mistico (che solo i fan e gli amanti dell'evasione possono provare davvero)

Giorgio Salati ha detto...

la tua tesi non mi convince troppo, Gangidoe, perché:

1. se fosse problema di eccessiva autostima, ci si metterebbe pure a disegnare scarabocchi pensando siano capolavori. E invece il problema è forse la RICERCA di autostima, cioè, voglio far parte di questo patinato mondo dei fumetti (ma dove!), e sentirmi adulato anch'io come io adulo i miei idoli, ma non ho voglia di studiare e far fatica, oppure sono troppo vecchio per farlo, allora faccio lo sceneggiatore, che è FACILE. E' la sindrome da reality, in cui tutti sono protagonisti senza saper fare niente.

2. al massimo è inversamente proporzionale al rispetto verso la creazione d'ingegno. Perché se uno ha rispetto di una serie a fumetti evita di proporre soggetti imbarazzanti o pretendere si stravolgere una serie senza aver mai sceneggiato mezza storia.

Come se io cercassi lavoro - che ne so - da poliziotto e appena assunto pretendessi di dirigere la sezione antimafia.

Giangidoe ha detto...

Scusa, hai ragione, quella del punto 2) è una proporzionalità inversa: errore mio!

Rigurardo il punto 1, invece, non saprei. Io credo che una persona eccessivamente sicura di se è più portata a credere che lui/lei potrebbe, avendo l'opportunità di proporla a qualche editore, creare una storia decente ad occhi chiusi. Magari solo per il fatto di conoscere bene un personaggio o il suo universo.
Il mio discorso però si riferisce principalmente al tipico -ad esempio- lettore di fumetti che critica tutto e non si fa stupire da nulla, e non a chi già sceneggia (che potrebbe avere lo stesso carattere ma almeno ha già qualche tipo di esperienza sul campo).
Dicevo: quel tipo di persona, che di solito è così anche in tutti gli altri ambiti della propria vita, ha uno spropositato culto della propria persona. Un culto che lo esclude quasi a priori dallo status di "fan" dell'altrui lavoro e lo eleva -anche se solo per sè- a quello di Autore. Anche se destinato a rimanere perennemente solo in potenza, sconosciuto o incompreso.

Questo, d'altronde, non ha nulla a che fare con la reale capacità di giudizio e di critica.

Ad ogni modo, si: può essere ricerca di "ulteriore" autostima, o comunque di un "riconoscimento"; ma per avere l'arroganza di credere che sceneggiare sia una passeggiata, non può che essere una prerogativa di uno sborone un pò saccente...

Giorgio Salati ha detto...

uhm, sì... forse hai ragione.

sergio ha detto...

Sono d'accordo con entrambi. Dato che per definirsi disegnatori bisogna dimostrare di poter disegnare, allora - ma sì! - definiamoci sceneggiatori, tanto bene o male al liceo di tema pigliavo sempre 6!
Ho anche parlato dell'argomento qui: http://www.komix.it/page.php?idArt=8417

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